C’è un’Italia che scompare, fatta di borghi dell’entroterra dimenticati, di paesi svuotati da decenni di migrazioni verso le città, di comunità che combattono ogni giorno contro lo spopolamento, la desertificazione dei servizi, l’assenza di opportunità. E poi c’è un’università, quella di Foggia, che nel silenzio e con metodo lavora per invertire la rotta. Per questo suona profondamente stonata la polemica campanilistica nata dopo la decisione di svolgere alcuni percorsi TFA sostegno del X ciclo nella cittadina di Troia, piuttosto che nel capoluogo.
Formazione anche a Troia: una scelta coerente e limitata
L’ateneo da tempo non è più solo “l’università di Foggia”, ma l’università della Capitanata. E la scelta di decentrare una parte dei corsi — nello specifico quelli relativi alla scuola secondaria di primo e secondo grado, ospitati rispettivamente nel Palazzo San Domenico e nel Cine-Teatro “Cimaglia” di Troia — è perfettamente coerente con un disegno strategico ampiamente condiviso. Ma va anche chiarito, a beneficio del dibattito pubblico, che su un totale di 900 posti attivati, ben 650 restano a Foggia, dove si svolgeranno tutte le attività formative per la scuola dell’infanzia (200 posti)e la scuola primaria (450 posti).
A Troia sono stati destinati solo 250 posti complessivi, suddivisi tra i 100 della secondaria di primo grado e i 150 della secondaria di secondo grado. Una quota ampiamente minoritaria, pensata per sostenere in modo simbolico ma concreto un territorio interno, senza sottrarre nulla al capoluogo, che resta centro nevralgico dell’offerta formativa.
Valorizzare le aree interne, non contrapporle
Non è una novità, ma una direzione già tracciata da tempo e condivisa in convegni, tavoli istituzionali, iniziative promosse dall’università in collaborazione con Provincia e sindacati, che hanno più volte ribadito l’importanza della “disseminazione” delle sedi didattiche sul territorio. L’obiettivo è valorizzare l’intera provincia, non dividere il territorio.
Troia, in questo senso, non è un ripiego, né una sede “minore”. È un presidio culturale collocato nel cuore dell’Appennino pugliese, luogo ricco di storia e bellezza, ma anche esposto ai rischi dello spopolamento. Portare lì una parte dell’attività universitaria significa iniettare energia, visibilità e vitalità in un’area che da anni attende occasioni di riscatto.
Strumentalizzazioni fuori tempo massimo
Chi oggi cavalca la polemica, parlando di “scippo” o “offesa alla città”, ignora volutamente la cornice di questo progetto. Peggio: strumentalizza una scelta strategica per meri fini politici, provando a raccogliere consenso attraverso logiche campanilistiche che appartengono al passato. Nessuna sede è stata sottratta a Foggia. Anzi, il baricentro resta lì. Ma è proprio la forza del capoluogo che dovrebbe oggi spingere a una visione più ampia, generosa, capace di includere e trainare i territori circostanti, non di isolarli.
Colpisce, in questo senso, che proprio un quotidiano foggiano, che negli ultimi mesi ha ricevuto cospicui finanziamenti dalla Provincia per condurre una campagna sulla lotta allo spopolamento — senza che siano mai stati chiariti i contenuti effettivi delle attività di comunicazione realizzate — oggi si erga a paladino del centralismo, criticando un’iniziativa che invece dovrebbe rappresentare l’esempio concreto di cosa significa dare senso, opportunità e visibilità a comunità marginalizzate. Alla faccia, verrebbe da dire, della lotta allo spopolamento.
Un’università moderna e attenta al territorio non si chiude dentro un perimetro cittadino. Si espande, si irradia, porta cultura dove c’è bisogno. E in questo, la scelta di Troia non è solo legittima. È necessaria.











