Un dolore privato, trasformato in appello pubblico. Una morte improvvisa, che si intreccia con dubbi, inquietudini e un’accorata richiesta di chiarezza. È la voce del giornalista foggiano Enrico Ciccarelli, che in una lunga lettera aperta indirizzata al direttore sanitario del Policlinico Riuniti di Foggia, Leonardo Miscio, racconta la vicenda che ha portato alla scomparsa del congiunto Fernando di Trani, architetto foggiano di 73 anni, deceduto lo scorso 15 giugno poche ore dopo essersi recato al Pronto Soccorso dell’ospedale per un forte dolore legato a un evento traumatico.
Secondo quanto riferito nella lettera, l’uomo era stato visitato dopo ore di attesa, sottoposto a una radiografia toracica e, in assenza di fratture visibili, rimandato a casa con una semplice prescrizione di antidolorifici. “Tornato a casa ha continuato ad avvertire dolore – scrive Ciccarelli – ed è di lì a poco deceduto”. Da qui, una denuncia alla magistratura e l’avvio di un’inchiesta per chiarire quanto accaduto.
“Una morte evitabile?”
Il giornalista, pur evitando accuse dirette, solleva il sospetto che quella morte potesse essere evitata con “maggiore diligenza e scrupolo”. La riflessione si allarga così oltre il singolo episodio: “La mia paura – scrive – è che l’errore non sia stato solo umano, ma sistemico. Che derivi da logiche e assetti organizzativi che favoriscono le omissioni”.
Ciccarelli parla da figlio e parente di medici, e lo chiarisce: “Nessuna ostilità verso la categoria, ma massimo rispetto. Tuttavia non posso ignorare il contesto in cui tutto questo è avvenuto: la sofferenza del nostro Servizio Sanitario, il collasso della medicina territoriale, il congestionamento cronico dei Pronto Soccorso”.
Le domande al Policlinico
Nella sua lettera, il giornalista interpella direttamente il direttore sanitario del Policlinico, chiamandolo a fornire risposte e rassicurazioni su alcuni aspetti: la qualità e completezza delle diagnosi effettuate al Pronto Soccorso, l’adeguatezza tecnologica e organizzativa del Dipartimento di Emergenza, le condizioni in cui operano medici e infermieri, spesso “sotto organico e con carichi di stress ingestibili”.
Nel mirino anche la presenza di medici a gettone e l’elevato numero di accessi impropri, che secondo l’autore della lettera peggiorano le condizioni già critiche del pronto intervento. “Ma in un caso come quello di mio zio – si chiede Ciccarelli – bastavano davvero una lastra e un antidolorifico? Perché non approfondire con un elettrocardiogramma o esami addominali, considerando l’anamnesi e il trauma subito?”.
“Non chiediamo miracoli, ma garanzie”
Nel finale, la lettera si fa appello civile: “Nessuno chiede miracoli, nemmeno a una struttura magnifica come il nostro Policlinico. Ma vorrei sapere se possiamo fidarci. Se davvero, pur tra mille difficoltà, i nostri pronto soccorso fanno tutto ciò che è possibile fare per evitare morti evitabili”.
Un’esortazione ad affrontare con coraggio e trasparenza un tema di portata collettiva. Perché, conclude Ciccarelli, “oggi è toccato a Fernando, domani potrebbe toccare a me. E il mio destino non dovrebbe dipendere dal luogo in cui vivo”.











