Nel processo “Omnia Nostra” che si sta celebrando in Tribunale a Foggia, ieri è stata la volta dei fratelli Enzo “U’ Criatur” e Leonardo “Dino” Miucci, entrambi originari di Monte Sant’Angelo e attualmente detenuti in attesa di giudizio nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Mari e Monti”. I due, collegati in videoconferenza dai penitenziari di Sassari e Siracusa, sono stati ascoltati come testimoni a seguito delle dichiarazioni rese lo scorso 28 aprile da Matteo Pettinicchio, primo pentito nella storia del clan Li Bergolis-Miucci-Lombardone, di cui ha fatto parte per circa 25 anni.
L’omicidio di “Fic secc” e la guerra di mafia
Secondo quanto riferito da Pettinicchio, sarebbe stato proprio il clan dei montanari ad aver ucciso l’11 novembre 2019 Pasquale Ricucci detto “Fic secc”, storico esponente del gruppo rivale, assassinato nella frazione Macchia di Monte Sant’Angelo nell’ambito della sanguinosa guerra mafiosa garganica che dal 2008 a oggi ha provocato più di decine di morti. Pettinicchio, che ha indicato sé stesso come braccio destro di Enzo Miucci per oltre 15 anni, ha inoltre tirato in ballo i fratelli Miucci in relazione a due imputati del processo: Sebastiano Gibilisco, di Manfredonia, e Leonardo D’Ercole, anch’egli di Monte.
Le dichiarazioni dei fratelli: “Mai fatto parte del clan rivale”
In aula, Enzo Miucci ha respinto ogni accusa e negato qualsiasi coinvolgimento con i gruppi rivali: “Con Ricucci ho sempre avuto buoni rapporti” ha dichiarato, allontanando l’ombra di eventuali faide interne. Ha poi riferito di aver conosciuto Gibilisco nel carcere di Terni, dove questi gli avrebbe confidato di essere accusato di mafia e di ritenersi innocente. “Parlammo della sua posizione processuale, tutto qui”, ha affermato Miucci, rigettando ogni altra interpretazione.
Ancora più decisa la posizione del fratello Dino, presunto “uomo degli appalti” del clan sul territorio di Manfredonia, chiamato a chiarire i rapporti con D’Ercole, indicato dal pentito Pettinicchio come uomo del clan Lombardi-Scirpoli-Raduano attivo nella gestione intimidatoria del territorio a Macchia. “Lo conosco da anni, ma solo per motivi lavorativi” ha spiegato Miucci. “Entrambi eravamo imprenditori nel settore edilizio: la mia società ha subappaltato alla sua alcuni lavori di scavo. Nulla di più”. E ha aggiunto: “Ora siamo entrambi imputati in processi diversi, ma non ho mai avuto nulla a che vedere con la mafia, né io né D’Ercole”.
Il pentito e le accuse incrociate
Le dichiarazioni di Pettinicchio — montanaro come i Miucci — hanno acceso i riflettori sul presunto legame tra gli imputati e i clan storici del Gargano. Il collaboratore ha indicato proprio i due fratelli come sua fonte delle informazioni riguardanti Gibilisco e D’Ercole. Per i giudici, proprio alla luce di questi incroci, era necessario sentire i Miucci come testi di riferimento. Le loro smentite alimentano però ulteriori contrasti tra le versioni in campo.
La cornice del maxi-processo
Il procedimento “Omnia Nostra”, in corso a Foggia, è uno dei più ampi mai celebrati contro la criminalità organizzata del Gargano. L’inchiesta della DDA di Bari, che portò il 7 dicembre 2021 a 32 arresti, contestava 57 capi d’imputazione tra cui estorsioni, traffico di droga, tentati omicidi e due omicidi consumati. I 45 imputati sono stati divisi in tre tronconi: 19 hanno scelto il rito abbreviato (con 17 condanne e 2 assoluzioni dopo due gradi di giudizio), 24 sono processati con rito ordinario a Foggia e 2 in Corte d’Assise per i reati più gravi.
La prossima udienza, in calendario a fine maggio, sarà dedicata all’interrogatorio di nuovi testi citati dalla difesa. In un processo che racconta decenni di sangue e potere mafioso sul promontorio garganico, le parole dei protagonisti — pentiti o imputati — continuano a tracciare scenari complessi e mutevoli.











