Gomorra di Vieste, strage di 20enni per sete di potere. Arrestato “Smigol” Iannoli, per gli inquirenti è lui il killer di Antonio Fabbiano

Blitz di carabinieri e polizia, nuova ordinanza cautelare per il 34enne già detenuto per altri gravi reati. Agì in concorso con Gianmarco Pecorelli a sua volta vittima di agguato nel giugno 2018

Nell’anniversario del “quadruplice omicidio di San Marco in Lamis”, avvenuto il 9 agosto 2017, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Foggia e personale della squadra mobile della Questura di Foggia hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Bari nei confronti di Giovanni Iannoli, classe 1986 detto “Smigol”, ritenuto responsabile dell’omicidio di Antonio Fabbiano, classe 1993, e del contestuale tentato omicidio di Michele Notarangelo, classe 1996, commessi il 25 aprile 2018 in Vieste.

Quel giorno, alle ore 22:00 circa, in via Tripoli di Vieste, Fabbiano si trovava a piedi insieme a Michele Notarangelo, alias “Cristoforo”, quando un commando composto da almeno due soggetti, l’uno armato di AK-47, arma da guerra comunemente conosciuta come Kalashnikov, e l’altro armato di pistola, sparò in direzione dei due ragazzi, colpendo in maniera fatale Fabbiano, mentre Notarangelo rimase miracolosamente incolume.

Le serrate indagini condotte sinergicamente dall’Arma dei Carabinieri e dalla Polizia di Stato, direttamente coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Bari, con l’importante contributo di un magistrato della Procura di Foggia, applicato alla DDA, hanno permesso di individuare uno degli autori dell’efferato delitto, che si inquadra in una lunga scia di sangue che ha visto Vieste ed i comuni limitrofi teatro di numerosi e gravissimi omicidi e tentati omicidi nel periodo 2015-2019, iniziata con l’omicidio di Angelo Notarangelo, detto“cintaridd”, ucciso nel gennaio 2015 in un agguato di mafia. Morte dalla quale nacque la scissione del clan Notarangelo in due fazioni rivali tra loro, il gruppo Raduano del quale faceva parte Fabbiano e il gruppo Iannoli-Perna, guidato dal giovane boss Girolamo Perna, ucciso ad aprile 2019.

La perfetta collaborazione investigativa tra le due Forze di Polizia ha permesso di raccogliere gravi ed univoci elementi di colpevolezza nei confronti di Iannoli, classe 1986, attualmente detenuto presso il carcere di Siracusa a seguito dell’indagine antimafia “Scacco al Re” (tentato omicidio del boss Marco Raduano), svolta anche in questo caso congiuntamente dalla squadra mobile e dal Nucleo Investigativo di Foggia, in relazione alla quale era stato arrestato anche il cugino Claudio Iannoli detto “Cellin” o “Zanna”, ma anche ristretto in conseguenza della precedente operazione antimafia “Agosto di Fuoco”, sempre della mobile di Foggia.

La mole di attività investigative, anche di natura tecnica, attivate dagli inquirenti proprio per contrastare e reprimere gli innumerevoli fatti di sangue che hanno colpito il Gargano negli ultimi anni, ha dunque permesso di far luce su diverse dinamiche delittuose di Vieste.

È ormai noto, infatti, che proprio a seguito dell’assassinio di Notarangelo, il potere criminale sulla nota città turistica garganica era passato nelle mani di Raduano, attualmente detenuto presso il carcere di Badu e Carros di Nuoro dopo l’operazione antimafia “Neve di Marzo” dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Foggia. L’omicidio di Giampiero Vescera ha poi sancito la scissione netta del clan e la conseguente creazione di due distinte fazioni organizzate: da una parte il gruppo “Radiano-Della Malva” e dall’altra il gruppo “Iannoli-Perna”, la cui contrapposizione ha dato vita ad una sanguinosa guerra intestina finalizzata al raggiungimento del pieno ed assoluto controllo di tutte le attività illegali nell’area garganica costiera: dalle estorsioni in danno dei locali imprenditori turistici, ai reati contro il patrimonio e la persona, al traffico degli stupefacenti, settore quest’ultimo enormemente fiorente e remunerativo, con proiezioni da e verso l’estero.

Sotto la direzione e il coordinamento dell’autorità giudiziaria, il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Foggia e la Squadra Mobile della Questura di Foggia sono quindi riusciti a raccogliere i vari elementi emersi dalle numerose intercettazioni telefoniche ed ambientali massivamente sviluppate, integrati solo in minima parte dalle reticenti dichiarazioni rese dai parenti delle vittime e da alcune persone informate sui fatti interessate a vario titolo alla vicenda, a conferma del radicato clima di omertà nell’ambiente viestano ed in generale in quello garganico. L’operazione antimafia portata a termine è stata convenzionalmente denominata “Bohemian Rhapsody”, poiché Iannoli si confidava apertamente con la madre sull’efferato delitto commesso, come dimostrato dalle intercettazioni ambientali.

Un’importante conferma di natura tecnico-scientifica è pervenuto dalle analisi specialistiche eseguite dalla Sezione Balistica del R.I.S. di Roma su 14 bossoli di AK 47 repertati dalla Sezione Investigazioni Scientifiche del Nucleo Investigativo Carabinieri di Foggia sulla scena del crimine, a seguito delle quali è emersa la compatibilità dei bossoli con il fucile mitragliatore con il quale, il precedente 21 marzo 2018, lo stesso Giovanni Iannoli aveva già attentato alla vita di Raduano, vicenda per la quale – come è noto – è stato poi condannato in primo grado a 14 anni e 6 mesi di reclusione, unitamente al cugino Claudio. Sempre i cugini Iannoli, in primo grado, sono stati condannati a 20 anni di reclusione a testa nell’ambito dell’inchiesta “Agosto di fuoco”.

Da sinistra, Fabbiano, Iannoli e Della Malva

Nell’ordinanza di custodia cautelare, il gip del Tribunale di Bari ha riconosciuto la sussistenza dell’aggravante mafiosa, sia con riferimento al cosiddetto “metodo mafioso”, sia riguardo all’agevolazione della compagine organizzata facente capo a Perna, nell’ambito della guerra di mafia intercorsa con la fazione contrapposta facente capo a Raduano.

In ultimo, si sono aggiunte le importanti dichiarazioni rese dai primi collaboratori di giustizia dell’area garganica, dapprima Giovanni Surano, alias “lupin”, seguìto dall’ormai ex capo clan Danilo Pietro Della Malva, alias “u’ meticc”. La collaborazione fornita da entrambi è risultata difatti assolutamente aderente agli elementi probatori già raccolti dagli investigatori dell’Arma e della Polizia di Stato.

La volontà di collaborare con la giustizia manifestata dai due neo collaboratori ed i conseguenti interrogatori resi di fronte ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia barese, rappresentano uno sviluppo rilevante dell’azione di contrasto alle mafie pugliesi, ottenuto grazie alla enorme pressione che la “Squadra Stato” sta esercitando su tutto il territorio foggiano. E ciò appare ancora più significativo in una giornata come quella odierna.

Proprio a partire da quel 9 agosto 2017, lo Stato ha incrementato il suo impegno, investendo in maniera straordinaria sul territorio della provincia di Foggia, rafforzando i presìdi delle Forze di Polizia e istituendo altri Comandi. E così la Magistratura, in particolare la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, con un pool dedicato di Pubblici Ministeri assegnati stabilmente a quel territorio, in sinergia con i magistrati della Procura di Foggia, spesso applicati alla DDA in indagini antimafia. Va ricordato, infine, che nel provvedimento restrittivo è stato confermato il concorso nei reati contestati a Giovanni Iannoli anche di Gianmarco Pecorelli, ucciso a sua volta in un agguato di mafia il 19.06.2018.

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