Famiglie sterminate e faide senza fine: la mafia foggiana e del Gargano alla ribalta nazionale. Il focus di “Cose Nostre”

Su Rai 1 la storia di due donne coraggiose per raccontare il mondo della malavita in provincia di Foggia e l’impegno degli inquirenti per contrastarla. Interviste a Gatti, Volpe e Tafaro

Dalla faida di San Nicandro Garganico al blitz “Cartagine” a Cerignola, passando per Foggia. La trasmissione di Rai 1, “Cose Nostre” ha ricostruito 40 anni di sangue in Capitanata, attraverso racconti e testimonianze di donne che denunciarono la mafia. Rosa Lidia Di Fiore a San Nicandro, Maria a Cerignola, spose dei boss, poi collaboratrici di giustizia. Il servizio parte dalla Di Fiore: “Ho quattro figli, tre da Pietro Tarantino e uno da Matteo Ciavarrella. Non voglio che i miei figli diventino come i padri. Non voglio che siano dei boss solo perché hanno quei cognomi”. La Di Fiore, condannata per associazione mafiosa e traffico di droga, scelse di collaborare con la giustizia. Oggi si trova in una località protetta, vive con uno pseudonimo e cresce i figli lontano dalla faida.

“Cose Nostre – Nel Nome dei Figli” ha ricordato anni di sangue, morti e lupare bianche. Intere famiglie sterminate e mai più ritrovate, come cinque componenti della famiglia Ciavarrella, svaniti nel nulla nel 1981. Una guerra senza esclusione di colpi con i Tarantino, composti da 7 spietati fratelli, specializzati in estorsioni, rapine e furti di bestiame. Ed è proprio da un processo su abigeato che esplose la faida.

Matteo teneva Rosa segregata in casa con la complicità della madre. “Mi picchiava sempre. Per lui aver fatto un figlio con me era solo uno sfregio ai Tarantino. Con me non dormiva neanche”, le parole della collaboratrice di giustizia. Dopo l’uccisione del padre Antonio, Matteo Ciavarrella abbandonò le sue ambizioni da boss per ergersi a spietato assassino: iniziò una mattanza con l’uccisione di Carmine Tarantino. “Lo sparò in pieno volto. Di faccia Carmine non ne aveva più. Mi disse: ‘Me magnet u sang suj’ (ho mangiato il suo sangue)“, il racconto choc della Di Fiore.

Carmine, Luigi e Antonio Tarantino furono uccisi nel giro di pochi mesi. Matteo Ciavarrella veniva incitato ad uccidere da sua madre, la signora Maria Cursio che si occupava di pulire il sangue del figlio, sotto gli occhi della Di Fiore, chiusa in casa e costretta ad assistere allo scempio. Dei Tarantino sono sopravvissuti solo Giuseppe e Pietro. Matteo Ciavarrella sta scontando l’ergastolo. La madre fu invece condannata a 8 anni per associazione mafiosa. Al momento, sulla scena criminale ci sarebbero ancora figli e nipoti di Giovanni e Luigi Tarantino, questi ultimi morti nella faida.

Grazie alla Di Fiore lo Stato ha riconosciuto l’esistenza della mafia garganica. Oggi la donna, come detto, ha una nuova identità e vive in una località protetta con i suoi 4 figli. “Stiamo facendo una vita normale”.

Cerignola e Foggia

La trasmissione di Rai 1 si è poi soffermata sulla storia di Maria, compagna di uno spietato criminale di Cerignola coinvolto nella maxi operazione “Cartagine” (83 arresti tra Cerignola e la Lombardia) che mise fine al periodo più nero nella storia della città ofantina: 8 anni di terrore dal 1986 al 1994 e ben 40 omicidi in solo 4 anni. Senza contare l’imponente traffico di droga smantellato dagli inquirenti. Il processo “Cartagine” portò a complessivi 900 anni di galera per i responsabili. Maria all’intervistatrice: “Mio marito mi disse: ‘Tornerò quando tu ti dimenticherai di me e ammazzerò te e i tuoi figli'”. Nonostante tutto, oggi la donna sta bene e a Rai 1 ha dichiarato: “Mio figlio è un bravissimo ragazzo e del padre non vuole sentirne parlare”.

Infine, spazio alla Società Foggiana con le interviste al pm della DNAA, Giuseppe Gatti, al capo della DDA di Bari Giuseppe Volpe e al numero uno della squadra mobile di Foggia, Antonio Tafaro. Focus su Raffaele Cutolo e sul suo tentativo, fallito, di portare nel Foggiano la NCO (Nuova Camorra Organizzata). Poi la strage del Bacardi del primo maggio 1986, episodio che segnò la nascita ufficiale delle batterie foggiane, tuttora egemoni in città. A quella mattanza seguirono gli omicidi degli imprenditori edili Nicola Ciuffreda (1990) e Giovanni Panunzio (1992) e quello del responsabile dell’Ufficio del Registro, Francesco Marcone (1995). Tutti uccisi per non essersi piegati al malaffare.

“Un alto indice di mafiosità e una sola procura. Solo nel Molise ce ne sono tre” – ha evidenziato la trasmissione. Le estorsioni rappresentano il grande business dei boss. “Chi ha il controllo della lista degli imprenditori da estorcere tende a favorire il gruppo a lui vicino – ha spiegato Tafaro -. Con retribuzioni per i sodali come fossero veri e propri lavoratori dipendenti”. Ed è proprio intorno alla famigerata lista che spesso sorgono conflitti tra i gruppi criminali della “Società”.

“La violenza usata per ridefinire gli assetti del potere – ha detto Gatti -. La gente ha paura perché sa di cosa sono capaci le organizzazioni”. Il procuratore Volpe ha chiuso il servizio con un messaggio di speranza: “Per il futuro sono ottimista. Da tempo stiamo utilizzando il metodo del ‘noi’ che consente alle forze di polizia di dialogare tra loro”. E i risultati cominciano ad intravedersi. + GUARDA IL SERVIZIO COMPLETO +





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