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Home - “Criminali foggiani sottovalutati”. E Roberti avverte: “Non sono più dei pecorai”

“Criminali foggiani sottovalutati”. E Roberti avverte: “Non sono più dei pecorai”

Di Redazione
29 Settembre 2017
in Cronaca
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“Sembra che la mafia foggiana abbia preso tutti alla sprovvista, ma non doveva andare così, perché la mafia foggiana è ben nota, conosciuta per la sua pericolosità, pervasività e sanguinarietà da moltissimi anni”. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, ospite della Fiera del Libro di Cerignola per presentare “Il contrario della paura”, e nella mattinata del 22 settembre scorso accolto a Monte Sant’Angelo, non usa mezzi termini per descrivere la “sottovalutazione” del fenomeno mafioso dauno e di quella che, a torto, viene descritta come emergenza criminale “ma nella realtà è un dato strutturale, non emergenziale”.

Due morti innocenti a San Marco in Lamis, fiumi di estorsioni e di droga, assalti ai blindati con tecniche paramilitari e la maggior parte degli omicidi ancora irrisolti. È stata tempestiva la risposta dello Stato?

La mafia foggiana è sempre stata un po’ sottovalutata dalle istituzioni. Si è preferito tacere, negare, nascondere, non ammettere, come se questo servisse ad esorcizzare il fenomeno, ed invece il fenomeno è cresciuto. Si è alimentato con le estorsioni a tappeto e con i traffici di stupefacenti, non ultimo con l’Albania. È per questo che ci si spara, per il controllo dei flussi di droga. Da un po’ di tempo però le istituzioni sembrano aver preso contezza della gravità del fenomeno. Sono state e saranno rafforzate le strutture di polizia. Ma quanto tempo è passato?

Il CSM invierà nuovi magistrati in tirocinio. Il sistema giudiziario, ad oggi, è stato all’altezza?

Bisognerebbe rafforzare anche l’istituzione giudiziaria, metterla in condizione di operare in modo incisivo, perché nonostante il lavoro della procura di Bari, questi sforzi non raccolgono i risultati sperati. Solo il 20% degli omicidi è stato risolto, quindi c’è una carenza di incisività dell’azione di contrasto e della repressione penale. Bisogna controllare gli appalti, le infiltrazioni mafiose nei servizi pubblici, però la prima cosa è la repressione penale: lo ripeto, se su 300 omicidi viene risolto solo il 20% dei casi allora vuol dire che la giustizia penale non funziona. Ed è inutile parlare d’altro.

Ne viene fuori l’immagine di uno Stato spiazzato dalla mafia.

La mia esperienza di criminalità foggiana è abbastanza limitata, mi sono occupato sempre di Cosa Nostra e di Camorra, ma per quello che so si è sempre ritenuto che le bande di questo territorio fossero bande di pecorai piuttosto rozze e facili da controllare. Invece sono organizzazioni che mantengono la forza della tradizione e sfruttano le possibilità offerte dalla modernità, come operare sul web, muoversi con facilità in operazione transnazionali mantenendo al contempo il pieno controllo del territorio. In più, si avvale del silenzio e dell’omertà della società civile. Non ci sono collaboratori di giustizia e poca gente denuncia: ricordiamo il povero Panunzio, che fu ucciso.

Con questi presupposti però l’omertà sembra essere una naturale conseguenza

La paura di denunciare ha una doppia origine: la paura della violenza e della ritorsione criminale, ma anche la sfiducia nella capacità dello Stato di proteggere. Qui torniamo a quello che diceva Falcone: la Mafia ha un inizio e una fine, ma affinché abbia una fine lo Stato deve mettere in campo le migliori risorse, dimostrare di voler fare sul serio e guadagnarsi la fiducia dei cittadini. La sconfitta ancora non c’è stata nonostante notevoli successi su Cosa Nostra, Camorra, un po’ meno con la Ndrangheta. Qui in Puglia c’è stato un difetto di valutazione.

C’è carenza di uomini nelle forze dell’ordine. Il Ministero ha inviato ulteriori unità, ma a tempo. Quando finirà questa “emergenza” si tornerà alla vita di sempre, con migliaia di affiliati sul territorio e pochi agenti in caserma.

Si ritorna allo stesso discorso. Il fenomeno mafioso viene ancora guardato con ottica emergenziale. La mafia è un dato strutturale nel Mezzogiorno e non si può parlare di ‘emergenza della Società’ o ‘emergenza garganica’. Qui c’è una responsabilità storica oltre che politica nel non voler riconoscere che è un fenomeno non emergenziale che va affrontato con la repressione e la prevenzione sul piano della politica, dell’economia, della società e della scuola. Non posso accettare che si paghino estorsioni non tanto perché si subisce la pressione mafiosa, ma perché si anticipa la richiesta per mettersi “a posto”. È un dato di complicità culturale. Non è quasi più un’estorsione, è un tassa di protezione alla società foggiana.

Tags: FoggiaFranco Robertigarganomafia
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