Si è scritto molto su “Il Gregge”, l’ultimo romanzo del giornalista foggiano Davide Grittani, pubblicato da Alter Ego e candidato al Premio Strega 2024.
L’analisi delle campagne elettorali moderne, descritte da una penna che si muove nel caleidoscopio dell’opportunismo di fatto o di maniera, non è altro che la rappresentazione della società ormai non più liquida, per citare Baumann, bensì liquefatta. Nella giomcana narrativa, su cui sorvola Grittani tra registri volutamente discrepanti, giustificati non solo da economie di scrittura quanto piuttosto di linguaggio, allignano mutazioni kafkiane destinate a sacrificare l’io sul tempio sacro della politica social.
Il circo, questa volta, non è meramente mediatico, ma tiene dentro l’immenso corpus dissolto della società, le particelle pulviscolari dalle cui ceneri, come generate da una stampante 3D, nascono le pagine di un vangelo laico comprensibile solo agli adepti più stretti. I ragazzi del Pasolini – un riferimento culturale assai azzeccato, confermato dal chiaro riferimento al capolavoro “Petrolio” – vengono avviluppati in vicende “aliene” e ripescati di volta in volta in un vortice che ha come lieto fine un coccio riassemblato con un collante raggrumato di biografie incompiute.
In questo mosaico rabberciato, il gatto robot Doraemon, nell’episodio “rapimento dei marziani”, è un po’ come l’idolo nel mito della caverna di Platone: i prigionieri, in questo caso gli ex compagni di scuola, seguono le ombre del proprio destino. In questa giungla moderna, a bruciare è il “petrolio” dell’odio e della vendetta, in un turbinio che dal privato si proietta rapidamente sulla cosa pubblica. Nel bestiario c’è tutto, gli ‘accattoni’ 2.0, quel sottoproletariato moderno alimentato dalla manna avvelenata della politica, tra alloggi popolari e concessioni borderline; migranti utilizzati per ogni scopo (spacciatori e collettori di voti); fino alle meretrici intellettuali disposte a calpestare il proprio sé più profondo per una causa universale: quella del denaro.
Lo stile narrativo, così come la costruzione della trama, mantiene un registro consapevolmente “alla portata”, al servizio del racconto delle nefandezze che diventano metastasi nelle coscienze. Un affresco che non offre soluzioni, ma che certamente spinge a riflettere negli anni bui del pensiero critico.











