La tv che fa impazzire i politici ma non racconta più la politica. La fine dei talk raccontata da Gennaro Pesante

“Ma lo sai che ieri sono stato ospite in quella trasmissione televisiva?”. Il politico si vanta nella sua segreteria di aver partecipato al talk show i cui ascolti sono calati, le cui somiglianze, anche per scenografie, sono evidenti ma… “ci si accapiglia per partecipare”. Gennaro Pesante, giornalista di Manfredonia oggi nell’ufficio stampa della Camera dei Deputati, ha presentato a Foggia il suo libro “La fine dei talk show e il futuro della televisione” (Historica edizioni). Dopo Roma, Bari e San Cesario di Lecce, ecco la tappa nel capoluogo dauno, in piazza Cesare Battisti, dove è stato allestito il palco. Presenti molti giornalisti della Capitanata, amici, direttori di testate locali e semplici cittadini.

Organizzata dalla libreria Mondadori, la presentazione di Marzia Campagna, insieme a Piero Gambale del Centro studi parlamentari della Luiss che del libro ha scritto l’appendice, ha colto passaggi analizzati dall’autore con dati auditel e con la descrizione dei vari format. Sui canali tematici si spazia in tutto il mondo e, per quelli dedicati ai bambini, si aggiungono note educative e psicologiche che sono una guida per genitori e scuola.

I talk show “strumento della politica”

In prima fila anche il giornalista Rai, Sergio De Nicola
In prima fila anche il giornalista Rai, Sergio De Nicola

Nei talk show, si sa, è la politica l’argomento principale. “Io non intendo parlare di questo – ha detto Pesante – ma di televisione che parla bene di tante cose ma che ha perso il controllo del racconto della politica, anzi, i talk sono uno strumento della politica. C’è tanta gente che allontanandosi da quel format si è allontanata dalla politica”. Nel libro spiega come in altre parti del mondo, negli Stati Uniti, si associno canali al “fare politica”, e come la gente a questa attività si sia avvicinata tramite la tv.

“Credo che per far bene non occorra molto, basta andare indietro negli anni, alle interviste singole di Minoli, a un giornalismo più scomodo in studio, non solo in strada”. La tendenza a scimmiottare le Iene riaffiora anche in altre trasmissioni, “i talk sono alla ricerca di identità”.

Uno schermo è stato allestito sul palco. Vengono trasmessi spezzoni dei talk più noti. C’è anche Bruno Vespa che nel libro concede a Pesante un’intervista inedita sui grandi momenti della storia italiana, immortalati dal conduttore e sull’analisi di programmi vecchi e nuovi. Immancabile anche un video con Beppe Grillo: “Quest’incursione di Grillo che prima criticava i programmi televisivi?”. È l’argomento con cui l’autore apre un capitolo, il “duetto” Vespa-Grillo viene definito uno dei momenti più alti del 2014, 4 milioni di spettatori e il 26% di share. Bene, tutto questo “non si è tramutato in voti, la popolarità è altra cosa rispetto al consenso, l’auditel misura l’ascolto ma non ti dice se gli piaci o no”. 

La tv a tema e i “riti” parlamentari

Piero Gambale
Piero Gambale

Tematizzare è una delle parole chiave a proposito dei canali: “C’è una norma che prevede un canale televisivo parlamentare, la nuova governance della Rai lo farà?”, questa è la domanda che è risuonata sul palco, insieme allo slogan “fuori i partiti dalla Rai!”. Su questo la posizione di Pesante è chiara: “Non si capisce per quale motivo la politica non dovrebbe prendersi la responsabilità di scegliere. Quello che importa è che le scelte siano giuste”. 

Ma non solo di dibattiti parlamentari si tratta, chi conosce, o conosce tramite il libro, cosa dicono i canali a tema degli altri paesi, può farsi un’idea di come si riempia di contenuti un format di questo tipo. “Abbiamo tanta storia e arte che potremmo riempire i palinsesti per i prossimi anni”. Di alcuni stanchi riti parlamentari ha discusso Piero Gambale: “Il question time, per esempio, ricalca il modello inglese senza quel dibattito e quella pluralità di tempi e di interventi prevista in Gran Bretagna. La trasparenza e la scelta della tecnologia per la pubblicità dei lavori parlamentari ha ricadute sulle decisioni stesse dei parlamentari”.

Insomma la prospettiva è più ampia e Pesante ritiene, e non da ora, che ci siano praterie per sviluppare i contenuti: “La Rai a volte ha il coraggio di proporre cose che non rispondono all’auditel, poi si fanno tanti talk show che non alzano un euro e il cui consenso è calato: perché?”. Qui ritorna il motivo già espresso “sono uno strumento della politica, e, nonostante tutto, anche alle 7 del mattino la tv è molto ambita”.

Rai contro Youtube

Regina indiscussa, la tv, “ha un potere grandissimo e altrettanto ne hanno i direttori di rete che possono fare tanto e di più”. Ma nel mondo interconnesso lo spettatore cerca altrove, su altre piattaforme, i programmi che gli sono più graditi. Se i canali si moltiplicano abbassando gli ascolti di quelli tradizionali, impossibile non impattare nei “grandi colossi di internet”. L’autore accenna alla querelle Rai-Youtube e al diritto d’autore, che non è un’opinione: “La Rai ha il diritto di gestire come vuole i propri contenuti ma il futuro non è nella contrapposizione tra piattaforme, da soli non si fa più nulla”.

Un piccolo passaggio trasmesso sullo schermo discuteva di atteggiamenti televisivi, di facce dissenzienti e meno di fronte alle parole dell’avversario politico. “Si andrà in tv in base al gradimento dell’auditel, con dei campioni appositamente riportati nei luoghi che decidono?” chiede la giornalista Marzia Campagna: “No – ha risposto Pesante -,  da tempo gli studi Rai cercano di arginare il fenomeno, sarebbe drammatico”.

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