La “Belleville” sbarca a Cerignola. “Per raccontare una storia che non è distante da noi”

“La Belleville”, il documentario che racconta le storie di riscatto di alcuni braccianti africani della baraccopoli costruita sul traffico di droga, sfruttamento della prostituzione e caporalato.

“Quello che c’è tra Foggia e San Severo, il Ghetto di Rignano, ci ha dato il coraggio di fare questo, di metterci in rete. La gente sta vivendo lo schiavismo veramente. Non vivono con dignità, come hanno diritto di vivere tutte le persone umane. Mentre noi qui parliamo, lì ci sono persone che stanno pensando a cosa mettere sotto i denti domani, e come fare a guadagnarselo. C’è chi non vuole uscire di là, e chi è stato costretto ad essere lì. Siamo disposti ad aiutare chi vuole uscire e dare il nostro contributo all’emancipazione, fornire un’altra immagine dell’immigrazione”. Lo ha spiegato ieri sera a Cerignola Mbaye Ndiaye, nella cornice dell’evento culturale promosso e ideato dall’associazione OltreBabele.

È lui il protagonista de “La Belleville”, il documentario che racconta le storie di riscatto di alcuni braccianti africani della baraccopoli costruita sul traffico di droga, sfruttamento della prostituzione e caporalato, sul finire degli anni Novanta, nelle campagne tra il capoluogo dauno e San Severo. Assieme a suo nipote Hervè, è anche protagonista del processo di emancipazione della comunità africana del Ghetto di Rignano, sulle cui ceneri sorgerà un villaggio autocostruito sui terreni regionali accanto a “Casa Sankara” di San Severo, con l’intervento della Regione Puglia, che ha dato il via all’operazione “Capo Free, Ghetto Off”.

Il lavoro, girato tra ghetto e albergo diffuso sanseverese, e realizzato dal regista Roberto Tenace e dal giornalista Francesco Bellizzi, entrambi foggiani, è stato proiettato nei locali del laboratorio urbano “ExOpera” di Piano San Rocco, a Cerignola, nell’ambito della tre giorni della Fiera del Libro, dell’editoria e del Giornalismo, giunta alla sua quinta edizione.

Un’indagine condotta dall’interno, per mostrare senza mediazioni le condizioni di vita in quella sorta di zona franca della dignità umana. In primo piano le testimonianze dei migranti e le immagini che raccontano il degrado morale di chi resta a guardare. “In Africa non esistono realtà così, noi non viviamo così. Per questo –il video racconto del protagonista- ci si vergogna a farsi fotografare, perché si teme possano quelle immagini arrivare ai parenti. Loro pensano che qui stiamo bene”.

“La Belleville” “ha avuto una genesi durata dieci mesi”, come ha spiegato lo stesso Bellizzi, intervenendo all’appuntamento, accompagnato dalla responsabile della comunicazione, Viviana Tiso.

All’appuntamento, organizzato in collaborazione con lo sportello “Avvocato di strada-Cerignola” e “Ghetto Out-Nelson Mandela”, è intervenuto anche Saverio Russo, in qualità di presidente della Fondazione Banca del Monte Siniscalco Ceci di Foggia, che ha patrocinato il pregiato lavoro autoriale in corsa in numerosi festival di settore.

Dura poco più di quaranta minuti il racconto in video sulle storie degli schiavi dei campi, rifugiati nelle bidonville tra Foggia e San Severo. Non ha un “obiettivo coraggioso” – come ha sottolineato Tiso -. Scopo del docufilm è raccontare una storia che non è distante da noi, nelle trame della nostra storia, per prendere coscienza”. “Serve ad accorciare la distanza da quello che accade qui ed ora”, è intervenuto Nicola Famiglietti, che assieme al presidente Stefano Campese, gestisce le attività dello sportello Avvocati di Strada a Cerignola. A 13 chilometri dal centro ofantino c’è un’altra realtà di vergogna e fango, il ghetto di Tre Titoli. E anche lì, grazie al sostegno del neonato sportello, si coltiva il progetto di uscire fuori dal ghetto, portato avanti da “Ghetto Out Nelson Mandela”, la prima associazione pensata e costituita con i migranti per i migranti, e dal suo presidente, Paap Njaay Jamiil. “Si può avere una qualsiasi posizione sul tema dell’immigrazione –ha concluso Campese, socio fondatore di OltreBabele, – ma è un fenomeno da gestire per le associazioni, la politica, i partiti”. Ha usato parole forti, l’avvocato di strada. Non parlare del tema “significa assumersi una responsabilità politica”. L’intervento non può esaurirsi nel “turismo della solidarietà”, ma occorre professionalizzarsi, per andare “oltre la carità”, e garantire non solo la prima accoglienza, ma attrezzarsi per la seconda accoglienza, “e forse anche terza”.





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