La campagna cerealicola 2026 si apre con un nuovo duro colpo per gli agricoltori della Capitanata. Le quotazioni del grano duro si attestano intorno ai 25-26 euro al quintale, un livello che, secondo i produttori, non consente neppure di coprire i costi di produzione.
Un quadro che alimenta forte preoccupazione nel Tavoliere, una delle aree cerealicole più importanti d’Italia, dove cresce il timore che molte aziende possano rinunciare a seminare già dalla prossima stagione.
“Vendiamo in perdita”
A lanciare l’allarme sono gli stessi cerealicoltori foggiani, che parlano di una crisi ormai strutturale.
“Siamo costretti a vendere a prezzi che non coprono nemmeno le spese vive della coltivazione. Di questo passo, a ottobre lasceremo i trattori spenti nei capannoni”, denunciano.
Una situazione che rischia di mettere in ginocchio un comparto strategico per l’economia agricola della provincia di Foggia, già alle prese negli ultimi anni con l’aumento dei costi di carburanti, fertilizzanti, sementi, manodopera ed energia.
Concorrenza estera e speculazioni
Secondo i produttori, sul mercato stanno pesando contemporaneamente la crescente concorrenza del grano importato dall’estero e le dinamiche speculative che comprimono il valore riconosciuto alla produzione nazionale.
Il risultato è un mercato nel quale il prezzo pagato agli agricoltori continua a diminuire, mentre lungo la filiera i rincari continuano a riflettersi sui prodotti destinati ai consumatori.
Il paradosso della filiera
È proprio questo il paradosso denunciato dagli agricoltori.
“Mentre pasta e pane continuano a risentire dell’inflazione e arrivano sugli scaffali a prezzi sempre più elevati, il grano prodotto sul nostro territorio viene svalutato fino a livelli ormai insostenibili”, sottolineano.
Per i cerealicoltori del Tavoliere il rischio è che, senza interventi in grado di garantire una remunerazione adeguata della materia prima, sempre più aziende siano costrette a ridurre le superfici coltivate o addirittura ad abbandonare la produzione.
La crisi del grano torna così a riaccendere il dibattito sul futuro della cerealicoltura italiana e sulla necessità di tutelare una filiera considerata strategica per la sicurezza alimentare e per l’economia del Mezzogiorno.











