È il paradosso tra i più assurdi che si sono andati accumulando nel territorio di Manfredonia. Riguarda l’area industriale di Coppa del vento, appena fuori l’abitato a monte della SS89 per Foggia. Dopo tre decenni dalla sua inaugurazione (vanta anche una visita dell’allora premier Berlusconi) e l’insediamento di decine (oltre sessanta) di aziende produttive che davano lavoro ad oltre 1.600 (milleseicento) dipendenti, si “scopre” che manca ancora l’allacciamento alla conduttura dell’acqua.
Una scoperta del tutto “ordinaria” dal momento che quel “particolare”, in un contesto di opere che hanno determinato l’esistenza di quell’area industriale (annunciata dalla statale con un mastodontico svincolo stradale), per la cui realizzazione furono stanziati oltre 35 milioni di euro, lo si sapeva dal primo momento. Considerato che quella lacuna è stata tra le concause della “fuga” delle aziende da quell’area. Un’ombra cupa, colma di misteri e interrogativi, che ancora grava su quell’area che avrebbe dovuto segnare la ripresa economica (e non solo) del territorio dopo la sciagura dello stabilimento Anic-Enichem che ha inferto una sterzata negativa per le sorti di Manfredonia.
Ma il paradosso si tinge dei colori noir se si considera che le risorse, i soldi per attivare quel servizio (l’allaccio dell’acqua) ci sono sempre stati e ci sono tutt’ora. Di qui la domanda ovvia e semplice: perché non si utilizzano? Bella domanda, si direbbe. L’interrogativo è semplice, ma è la risposta che è complicata. Tanto complessa che non si riesce e venirne a capo. E qui scatta l’altro ovvio e semplice interrogativo: perché? Il mistero del mancato allaccio alla condotta dell’acqua dell’area industriale di Coppa del vento, sta tutto qui. E contrariamente a Calaf, il principe ignoto di Turandot, che vedrà sciolto il suo enigma all’alba, per le aree PIP e D46, l’alba non appare e non si sa quando uscirà dal buio.
Una situazione di increscioso stallo che desta serie e crescenti preoccupazioni non soltanto nel mondo imprenditoriale che guarda a quel presidio come una opportunità operativa a portata di mano, ma anche nella popolazione per le mancate opportunità di lavoro con tutto quel che ne consegue in termini economici.
All’inizio di questo 2026 per iniziativa di alcuni imprenditori, si è tenuta una riunione presso un capannone di quell’area, affollata di più o meno addetti ai lavori. L’impegno è stato quello di pressare gli organi preposti per risolvere il problema di vitale importanza. “Siamo a metà anno e non si vede niente” lamentano tanti interessati a poter utilizzare quel sito. Gli investitori non mancano, ma se non si riesce a rendere quell’area utilizzabile, si rivolgono altrove. È già successo. Anche le residue attività produttive minacciano di abbandonare. “In trent’anni – si osserva – di amministrazioni e di amministratori ne sono passati, possibile che nessuno sia riuscito nell’impresa?”. E qui il celebre aforisma di Andreotti, ci azzecca.
La Giunta comunale in carica, nel maggio scorso, ha deliberato la richiesta di finanziamenti, per circa un milione mezzo di euro, per investimenti finalizzati al miglioramento della viabilità e delle infrastrutture nelle aree industriali PIP e DI46, a valere sui fondi ZES. “Un intervento indubbiamente opportuno, ma che non riguarda l’acqua” annotano gli imprenditori in attesa, alcuni dei quali hanno già investito su quell’area.
Dal Municipio trapela che per l’acqua si segue la via del Contratto d’area, ovverosia si conta sul recupero dei fondi pendenti (complessivamente alcuni milioni di euro). E in tal senso sono all’opera, già da alcuni mesi, politici e dirigenti per chiudere una volta per tutte la partita. Come mai non si riesce a chiudere una pratica che pare abbia tutti i crismi per essere avviata a conclusione? Quali sono, se ci sono, le difficoltà che ancora impediscono di porre la parola fine ad una situazione che, si ripete, va avanti da trent’anni? Non è che ci sono responsabilità, è tra le ipotesi adombrate, che non si riesce ad appianare? “È tempo di chiarimenti, di attivare una risorsa fondamentale” si reclama non solo negli ambiti lavorativi.
A questo punto si rende opportuna, ancor più necessaria e doverosa per quel rispetto della cittadinanza, una conferenza di servizio in cui le autorità comunali o chi per esse, facciano chiarezza sui tanti aspetti di una questione la cui definizione non è più procrastinabile.













