Un patteggiamento a tre anni per un agente della polizia penitenziaria e una condanna per il detenuto che avrebbe corrotto il pubblico ufficiale. Si chiude così, almeno in parte, l’inchiesta su droga e telefoni introdotti nel carcere di Foggia, mentre un secondo agente andrà a processo.
La sentenza del gup
È stata il giudice per l’udienza preliminare Marialuisa Bencivenga a definire le posizioni dei tre imputati. Ha patteggiato tre anni di reclusione Domenico De Bellis, 38enne barese in servizio nel penitenziario dauno, accusato di aver introdotto droga e cellulari dietro compenso.
Condanna a 2 anni, 9 mesi e 10 giorni, invece, per il detenuto Pasquale Diliso, 27enne di Cerignola, che ha scelto il rito abbreviato e ha ammesso le proprie responsabilità.
Rinvio a giudizio, infine, per il secondo agente coinvolto, Gianluca Gentile, 36enne di San Severo, che ha sempre respinto le accuse e sarà processato a partire dal 18 maggio.
Droga e cellulari in cambio di denaro
Secondo l’accusa, nell’ottobre del 2024 De Bellis avrebbe consegnato a Diliso un telefonino e 93 grammi di hashish in cambio di 500 euro. Il poliziotto è inoltre accusato di aver introdotto un secondo cellulare, poi ritrovato in una cella occupata da cinque detenuti.
Il detenuto, al momento del sequestro del materiale, avrebbe raccontato che fu proprio l’agente a proporgli la consegna in cambio di denaro, pochi giorni prima dei fatti.
L’inchiesta e gli arresti
L’indagine è partita dalle confidenze di due detenuti ad altri agenti penitenziari, che avevano segnalato presunti traffici illeciti all’interno della struttura. Da qui gli accertamenti che hanno portato, il 6 ottobre 2025, all’arresto di De Bellis e alla sospensione dal servizio di Gentile.
Dopo un primo periodo in carcere, De Bellis ha ottenuto i domiciliari ed è oggi tornato in libertà.
Il caso Gentile e il processo
Diversa la posizione di Gentile, accusato di aver introdotto un telefono nel carcere il 29 maggio 2024, poi sequestrato mesi dopo in una cella condivisa da più detenuti.
Gli investigatori, insospettiti da una segnalazione, avevano perquisito senza preavviso la stanza utilizzata dall’agente per cambiarsi, documentando la presenza del cellulare prima di lasciarlo sul posto per proseguire le indagini.
La difesa contesta la validità di quell’accertamento, ritenendo violato il diritto dell’imputato a essere presente e assistito durante la perquisizione. Una questione che sarà riproposta nel processo davanti al giudice monocratico.










