Ergastolo confermato in appello per Angelo Di Lella, sessantenne di Apricena, ex guardia giurata che la mattina del 16 dicembre 2022 uccise la moglie Giovanna Frino, 44 anni, nella loro abitazione di via Saragat. La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri dalla Corte d’assise d’appello di Bari dopo un’ora e quaranta minuti di camera di consiglio.
Di Lella, detenuto nel carcere di Trani, ha assistito in silenzio all’udienza chiedendo di essere riportato in cella prima della lettura del verdetto, che ha confermato la condanna all’ergastolo già inflitta il 20 dicembre 2024 dalla Corte d’assise di Foggia.
L’omicidio davanti alla figlia
Secondo quanto ricostruito in giudizio, l’uomo sparò tre colpi di pistola alla moglie in cucina, sotto gli occhi della seconda delle tre figlie della coppia. La ragazza riuscì a fuggire in strada gridando: “Aiuto, papà ha sparato alla mamma”.
I carabinieri intervennero immediatamente arrestando l’uomo e sequestrando l’arma, legalmente detenuta. Agli atti è emerso un quadro di gelosia ossessiva: Di Lella accusava senza motivo la moglie di tradirlo e, secondo l’accusa, la maltrattava abitualmente anche in presenza delle figlie, umiliandola e screditandola pubblicamente.
La vittima, nonostante i maltrattamenti e i consigli dei familiari di lasciare il marito, avrebbe confidato: “Non mi sento di farlo, fa così perché non lavora”.
Premeditazione e maltrattamenti
I giudici hanno riconosciuto Di Lella colpevole di omicidio aggravato dalla premeditazione e di maltrattamenti in famiglia. Il processo di secondo grado si è chiuso in un’unica udienza: in mattinata il pg aveva chiesto la conferma del carcere a vita, richiesta sostenuta anche dalle parti civili, rappresentate dagli avvocati Gildo Russo e Nicola Manna per i familiari della vittima e dagli avvocati Gabriella Giancola e Maria Carla Simone per le associazioni Impegno donna e Filo d’Arianna.
La difesa, affidata all’avvocato Antonio Gabrieli, aveva sollecitato una nuova perizia psichiatrica, richiamando una consulenza di parte che diagnosticherebbe nell’imputato “un disturbo schizoaffettivo con sintomi psicotici”. In subordine era stata chiesta l’esclusione della premeditazione e la concessione delle attenuanti generiche per evitare l’ergastolo. Richieste respinte, che saranno riproposte in Cassazione.
Respinta la giustizia riparativa
La Corte ha inoltre rigettato l’istanza di accesso al programma di giustizia riparativa avanzata dall’imputato nei giorni scorsi. Di Lella aveva scritto ai giudici di “avvertire l’esigenza morale di intraprendere un percorso di responsabilizzazione e di riconoscimento del dolore arrecato; vorrei accedere a un percorso umano e relazionale volto a comprendere il danno provocato e ove possibile alla sua simbolica riparazione”.
Le testimonianze in aula
Drammatiche le testimonianze raccolte nei 14 mesi di processo a Foggia, tra cui quella della figlia presente al momento del delitto. “Dormivo perché non mi sentivo bene; intorno alle 11.30 sentii i miei genitori litigare perché papà voleva che mamma andasse via. A un certo punto lui è sceso, quando è risalito aveva la pistola in mano; ha preso mamma, l’ha girata e esploso il primo colpo. Poi gli altri. Ho assistito a tutto, sono scappata chiedendo aiuto”.
Un vicino riferì in aula di aver visto la ragazza correre e gridare: “Aiuto, papà ha sparato alla mamma”.
Rimasto in silenzio per quasi due anni, Di Lella parlò per la prima volta in aula il 27 settembre 2024, negando di essere stato un marito violento e sostenendo di non ricordare il momento dell’omicidio. “Il mio primo ricordo è d’aver chiesto aiuto e l’intervento di un’ambulanza”. Quando la moglie era ormai morta.











