Sono trascorsi 81 anni da quando l’Armata Rossa liberò il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Non era l’unico, ma certamente il più grande e simbolico dell’orrore nazista. Era il 27 gennaio 1945, da allora in quella data di ogni anno si celebra la Giornata della Memoria. In Italia la ricorrenza è stata istituita con la legge n.211 del 2000 per ricordare la Shoah, le leggi razziali del 1938, gli italiani deportati nei lager, chi ha rischiato la vita per salvare altri. Si è detto che il senso profondo della Giornata della Memoria non è solo ricordare il passato, ma interrogare il presente che è quanto mai segnato da atrocità e sofferenze.
Anche Manfredonia celebra la Giornata della Memoria. Autorità e popolo si radunano (ore 10,45) dinanzi alla targa affissa sul muro di quello che è stato un Campo di concentramento sia pure di passaggio. Non fu infatti di quelli che quella definizione richiama tragicamente alla mente, fu tuttavia un simbolo di quel delirio criminale che attraversò l’Europa. Ma oltre quel tributo, ci fu anche dell’altro che purtroppo è rimasto negli intrichi sbiaditi della storia e trascurato dagli studiosi.
Una recente ricerca dell’Associazione nazionale partigiani italiani, sezione di Foggia, ha potuto accertare che furono trentamila i militari pugliesi fatti prigionieri dopo l’armistizio dell’8 settembre. Accurate ricerche hanno appurato che 123 erano originari di Foggia su 1.200 della provincia daunia.
Saverio Russo, docente di Storia moderna all’Università di Foggia, stima in 600mila il numero dei militari internati dopo l’armistizio dell’8 settembre, che decisero di non rimanere fedeli all’alleanza nazi-fascista e di non aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Trentamila erano pugliesi, e di essi tremila non tornarono più, morti nei campi di sterminio. “Otto erano foggiani” ha ricordato Michele Galante, presidente di ANPI Foggia, “ai quali – ha annunciato – verrà dedicata, una ciascuno, una “Pietra d’inciampo”, piccole targhe in ottone che saranno poste in corrispondenza dell’abitazione della vittima”.
Tra quei 1.200 soldati della provincia di Foggia, ci doveva essere anche un ufficiale di Manfredonia. Non è stato mai menzionato o ricostruita la sua storia. Si chiamava Antonio Manterino, nato a Manfredonia il 1° gennaio 1907, da famiglia modesta, il padre Domenico e la madre Maria Giuseppe Palena, erano braccianti. Antonio si arruola nell’esercito e percorre brillantemente tutti i gradi di ufficiale d’artiglieria, da tenente a colonnello guadagnandosi riconoscimenti e nobili attestati di merito.
Allo scoppio delle seconda guerra mondiale è Maggiore di artiglieria e viene inviato in Albania. Dopo l’armistizio dell’8 settembre si rifiuta di aderire alla Repubblica sociale di Mussolini e viene deportato ad Auschwitz dove fu destinato ai lavori forzati in aziende agricole ai quali sopravvisse fino alla liberazione del 27 gennaio 1945, ma ammalato tanto che dov’è essere operato alla laringe.
Significativa la motivazione della concessione del “Distintivo d’onore” rilasciato dal Ministero della Difesa della Repubblica italiana il 14 febbraio 1980: “Essendo stato deportato nei lager e avendo rifiutato la liberazione per non servire l’invasore tedesco e la repubblica sociale durante la resistenza, è autorizzato a fregiarsi, ai sensi della Legge 1-12-1977 n. 907, del distintivo d’onore per i patrioti Volontari della Libertà istituito con decreto luogotenenziale n. 350 del 3-5-1945”.
Una storia esemplare di un manfredoniano che ha attraversato la tragedia dell’Olocausto, che apre uno scenario che andrebbe indagato e studiato, così come è da approfondire la memoria di Antonio Manterino testimone di una tragedia umana che a quanto pare ha insegnato poco o niente.











