È un colpo durissimo agli equilibri criminali del quartiere San Paolo di Bari quello messo a segno all’alba dai carabinieri del Comando provinciale, che hanno eseguito 12 misure cautelari in carcere contro presunti appartenenti al clan Strisciuglio, storica consorteria mafiosa dell’area barese. Il provvedimento, emesso dal gip del Tribunale di Bari su richiesta della DDA, riguarda soggetti ritenuti gravemente indiziati – a vario titolo – di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsioni, detenzione di armi clandestine e da guerra, ricettazione, lesioni aggravate e altri reati con l’aggravante del metodo mafioso.
“A San Paolo stiamo avendo problemi. Ci sono persone che minacciano. Qua non si può vivere più”. Le parole di una vittima al telefono nel video divulgato oggi dai carabinieri.
Quattro anni di indagini: così è nata l’operazione “Lockdown”
L’inchiesta, denominata “Lockdown” e condotta dal Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri Bari San Paolo dal 2019 al 2023, rappresenta un ulteriore approfondimento dell’operazione “Vortice–Maestrale” e offre una fotografia dettagliata della struttura e delle attività del clan sul territorio.
Gli investigatori avrebbero documentato l’organizzazione interna del gruppo, i ruoli ricoperti dagli affiliati – “battezzati” attraverso riti di affiliazione formalizzati in manoscritti – e la gestione del predominio criminale nel quartiere, basato essenzialmente su traffico di droga ed estorsioni ai cantieri edili, pena l’interruzione dei lavori.
Summit mafiosi sotto i portici durante il lockdown
Le restrizioni dovute al Covid avrebbero paradossalmente facilitato le attività investigative: le telecamere nascoste installate sotto i portici dei complessi popolari avrebbero immortalato veri e propri summit di mafia, durante i quali si decidevano pestaggi, intimidazioni e sparatorie.
Uno degli episodi più gravi risale al marzo 2020, quando gli attriti con la famiglia Vavalle, storica rivale nel rione San Paolo, sarebbero culminati in colpi d’arma da fuoco esplosi contro un bar, un’auto e una macelleria della zona.
Droga, armi e “cupe”: le basi logistiche del clan
Secondo l’impostazione accusatoria, il clan gestiva un traffico di stupefacenti di vaste proporzioni, utilizzando “cupe”, ovvero garage e depositi insospettabili, dove sono stati rinvenuti ingenti quantitativi di droga, armi clandestine e da guerra, munizioni e denaro contante.
Su alcune banconote erano annotati a penna i nomi degli affiliati a cui spettavano i soldi come sostegno economico.
I proventi delle attività illecite confluivano in una cassa comune destinata all’acquisto di droga, al pagamento delle difese legali e al sostegno dei detenuti e delle loro famiglie, per evitare collaborazioni con la giustizia o passaggi ad altri clan.
Ordini dal carcere grazie ai cellulari clandestini
Un altro elemento emerso dall’indagine riguarda la catena di comando: i vertici del clan, pur detenuti, sarebbero riusciti a impartire direttive verso l’esterno non solo tramite familiari, ma anche con l’uso di cellulari introdotti illegalmente negli istituti penitenziari. Ogni sabato, secondo le accuse, gli affiliati liberi si riunivano per fare i conti e ripartire i proventi.
Indagini ancora in corso
Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari: ogni responsabilità dovrà essere accertata nel contraddittorio tra accusa e difesa. Dopo l’esecuzione delle misure cautelari, seguirà l’interrogatorio di garanzia degli indagati.









