È citata anche l’attuale assessora ai trasporti della Regione Puglia, Anna Maurodinoia nelle carte di “Codice Interno”, maxi inchiesta di Dda e Polizia di Stato sui rapporti mafia-politica a Bari. Stando all’ordinanza del gip Ferraro, gli indagati attribuivano a Maurodinoia, candidata alle Comunali baresi del 2019, una strategia “consistente nell’acquisto di ogni singolo voto dietro pagamento di 50 euro”. L’assessora, va precisato, non è indagata e ha già replicato come vedremo più avanti.
Ma andiamo per gradi: al centro dell’indagine c’è l’ex consigliere regionale e avvocato Giacomo Olivieri insieme alla moglie Maria Carmen Lorusso detta “Mari”, quest’ultima consigliera comunale a sostegno del sindaco Antonio Decaro. Olivieri e Lorusso sono tra gli arrestati per un presunto scambio di favori con il clan Parisi-Palermiti che avrebbe permesso l’elezione della donna alle Amministrative del 2019. All’epoca Lorusso e Maurodinoia furono entrambe elette nell’assise, poi Maurodinoia si dimise nel 2020 per entrare nella giunta regionale.
Olivieri viene raccontato come persona molto spregiudicata, pronta a tutto per assicurarsi la vittoria della moglie che all’epoca appoggiava il candidato sindaco sconfitto Di Rella salvo poi passare con la maggioranza.
L’ex consigliere regionale, che con la moglie amava la bella vita, i viaggi e lo champagne, avrebbe fatto da collante tra il mondo dei colletti bianchi e la malavita. Incurante di avere il fiato sul collo della polizia. Un suo interlocutore gli parlò così: “Ti vogliono far male Giacomo. Noi stiamo a vincere davvero. Quindi occhio fratello mio. Il bene che ti voglio, quelli stanno vedendo i movimenti. E stai a fare movimenti bancari”. Olivieri: “Come Mari viene eletta faranno (incomprensibile) indagine…”.
Il suo interlocutore: “L’ informazione è di una persona a me molto fidata… non è una cosa stupida. Cioè stavano commentando in Questura. Tu sai che io là c’ho (incomprensibile) in questura stanno parlando di… so a chi conosco. Giacomo, la caccia è a te“.
Lo stomaco da fare “a pezzettini”
Nonostante le presunte soffiate, nelle intercettazioni emerge un Olivieri deciso a fare di tutto per far eleggere la moglie. “L’indagato Olivieri anelava l’elezione della Lorusso al punto che utilizzava espressioni esplicite e volgari, trovando anche il consenso della moglie e del suocero, mostrandosi spietato e irrispettoso nei confronti anche della malattia grave da cui era affetto Bellomo (uomo del clan Parisi poi morto per un tumore allo stomaco, ndr), e pavoneggiandosi di essersi rivolto in questi termini anche al Lovreglio medesimo (Tommaso Lovreglio, membro di spicco del clan Parisi, nipote del capoclan Savinuccio Parisi, ndr). Tale ultima circostanza, peraltro, denota una significativa spregiudicatezza criminale, laddove l’Olivieri non serbava alcun tipo di timore nel rivolgersi ad un membro del clan mafioso, mostrandosi al contrario aggressivo e prepotente. Non solo è emersa la spavalderia dell’Olivieri, ma anche una sua particolare attitudine a comportamenti mafiosi. Questi, infatti, utilizzava espressioni tipicamente mafiose, quali ‘fare la guerra’ o ‘è un’offesa’ (se non fosse stata eletta la moglie, ndr) e non mostrava alcun tipo di timore nel rapportarsi, anche in modo aggressivo e proferendo vere e proprie minacce a un esponente del clan Parisi, manifestando così di esercitare una forza verosimilmente pari rispetto al suo interlocutore”.
Ecco cosa diceva: “Se quella non prende cinquecento voti a Japigia, io prendo lo stomaco di Bellomo (ride) e glielo faccio a pezzettini personalmente. Cioè lo faccio stare peggio di come stava prima che conoscesse mio suocero (l’oncologo, indagato anche lui, Vito, padre di Mari, che aveva in cura il pregiudicato, ndr). Da dentro lo stomaco, gli riduco lo stomaco peggio di come stava prima che ci conoscessimo. Quindi proprio mettetevi come vi dovete mettere… Non posso fare figure di merda”.
D’altronde lo stesso Lovreglio avrebbe puntato fortemente all’elezione della donna con una frase molto eloquente che getterebbe ombre sull’amministrazione barese: “Una volta che va quella al consiglio comunale possiamo fare che cazzo vogliamo”. Una convinzione che potrebbe avvalorare la tesi di chi parla di scioglimento per mafia del Consiglio comunale.
Gli elettori da “ungere”
Nelle carte, gli inquirenti evidenziano anche il ruolo di Bruna Montani, cugina del capoclan Andrea Montani, detto “Malagnac”. Michele Nacci, candidato in tandem con Lorusso e la Montani avrebbero promesso ad Olivieri e consorte “voti reperiti nell’area di influenza del clan Montani in cambio di denaro ed altri beni (quali buoni spesa e buoni benzina) nonché l’impegno della stabilizzazione lavorativa dello stesso Nacci e della promessa di assunzione per la figlia di Bruna Montani”.
“L’Olivieri e la Montani – si legge ancora – erano d’accordo sulla necessità di corrispondere utilità agli elettori per ottenere il voto in favore dei Nacci-Lorusso, utilizzando il verbo ungere chiaramente indicativo dell’intenzione di corrompere i cittadini”. Si parla anche di una “precisa suddivisione di ruoli, grazie ai quali l’Olivieri doveva restare un regista occulto per gli affari ‘sporchi’ che venivano invece demandati alla Montani”. E ancora: “L’Olivieri si preoccupava di fornire non solo denaro alla Montani, da utilizzare per ‘ungere’ gli elettori, ma anche strumenti per lo svolgimento delle operazioni, come ad esempio li ciclomotore della quale assicurazione si faceva carico”.
50 euro per Maurodinoia
Per il gip, “la strategia scelta e adoperata dall’Olivieri, riassumibile nel verbo ungere argutamente utilizzato dalla Montani, si presenta in contrasto con quella che gli indagati attribuivano ad altra candidata, ossia Anna Maurodinoia, e consistente nell’acquisto di ogni singolo voto dietro pagamento di 50 euro. Tale strategia, a parere dell’Olivieri, si presenta sterile in quanto non assicura un rapporto duraturo con l’elettore (di una determinata tipologia) a differenza di quanto da lui orchestrato. In altri termini, l’indagato era sicuro che con il suo metodo avrebbe ottenuto anche un certo livello di protezione in determinati quartieri della città restando, da parte sua, sempre ‘a disposizione’ (“noi dobbiamo anche coltivare i rapporti perché là al momento in cui poi un giorno non hai i soldi non ti caga più nessuno. Invece una cosa è un ristoro, è una cosa diversa perché poi io ogni giorno… a me perché mi continuano a votare, vedi domani vado a San Pio che non mi tocca nessuno, perché quando hanno bisogno mi metto a disposizione“).
“Nonostante l’unzione attuata dagli indagati, la Montani in più occasioni ha specificato anche di aver adoperato violenza nei confronti di coloro che venivano sospettati di non aver rispettato gli accordi non votando per Nacci-Lorusso, trovando piena condivisione di tale violenta metodologia anche da parte della Lorusso, e manifestando così anche la sua caratura criminale consacrata dalla famiglia di appartenenza”.
La replica dell’assessora regionale
La vicenda relativa all’assessora Maurodinoia è stata ripresa da diverse testate. La diretta interessata ha fatto sapere di essere estranea a tutto e di non conoscere assolutamente Lovreglio, l’uomo che secondo un’informativa della polizia avrebbe preso un caffè con la rappresentante politica. “Può essere capitato di stringere la mano di qualcuno di cui ignoro l’identità – ha precisato a Repubblica -, ma certamente non ho preso caffè con queste persone”.













