Porte aperte alla sessualità in carcere e alla vita affettiva dei detenuti. Per la Consulta, infatti, viola la Costituzione e i diritti dell’uomo la norma dell’Ordinamento penitenziario che vieta a chi è recluso di avere con il partner incontri non sottoposti al controllo visivo da parte degli agenti di polizia penitenziaria. Con la sentenza n. 10 i giudici costituzionali – sollecitati dal magistrato di Sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi – hanno dichiarato l’illegittimità dell’articolo che non prevede che la persona detenuta possa svolgere i colloqui con il coniuge – la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente -, senza il controllo del personale di custodia, quando, nessun motivo di sicurezza o disciplina, né ragioni giudiziarie, siano di impedimento a uno spazio di privacy. Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti, parla di “sentenza storica” e “adesso bisogna trasformare un diritto di carta in diritto effettivo” che vale anche per le coppie omosessuali. “Finalmente, l’affettività e la sessualità non sono più un tabù. Così ci si avvicina ad altri Paesi che da tempo hanno previsto tale opportunità”, commenta Antigone che ricorda che sono 24 dall’inizio dell’anno i morti in carcere, undici quelli suicidi. Ai quali vanno aggiunti i due detenuti che nelle ultime ore si sono tolti la vita a Foggia e ad Ancona.
Pierantonio Zanettin, senatore di FI ed ex giudice costituzionale, sottolinea che “la questione carceri deve diventare al più presto una priorità dell’azione del Governo” o “di questo passo, nel 2024 rischiamo di superare il record assoluto di suicidi del 2022”. Ivan Scalfarotto di IV chiede a Palazzo Chigi di intervenire “concretamente e subito”. Il deputato Riccardo Magi, segretario di +Europa, esorta il Parlamento a discutere la sua proposta di legge che prevede che “i detenuti e gli internati” abbiano “diritto ad una visita al mese della durata minima di sei ore e massima di 24 ore” da svolgersi in “unità abitative appositamente attrezzate all’interno degli istituti penitenziari senza controlli visivi e auditivi”.
Il caso arrivato alla Consulta è quello di un condannato definitivo per tentato omicidio, furto aggravato ed evasione, deve scontare la sua pena nel carcere di Terni sino al 2026. Non gode di permessi premi, ha accumulato sanzioni disciplinari, pertanto non ha nessuna possibilità per ora di avere rapporti sessuali con la sua compagna, dato che gli incontri in carcere si svolgono sotto la vigilanza permanente. Modalità che si traducono, secondo il giudice Gianfilippi che ha portato la questione alla Consulta, in un “vero e proprio divieto di esercitare la sessualità”, in contrasto con più principi costituzionali. Nell’indicare alcuni profili organizzativi implicati dal via libera all’intimità in carcere (dalla quale sono esclusi i ristretti al 41bis e i sottoposti a sorveglianza speciale), la Corte auspica una “azione combinata del Legislatore, della magistratura di sorveglianza e dell’amministrazione penitenziaria, ciascuno per le rispettive competenze”, “con la gradualità eventualmente necessaria”. Scettici i sindacati della polizia penitenziaria.
“Si introduca piuttosto il principio di favorire il ricorso alla concessione di permessi premio a quei detenuti che in carcere si comportano bene, che lavorano e seguano percorsi concreti di rieducazione: una volta fuori, potranno esprimere l’affettività come meglio credono”, dice Donato Capece del Sappe che teme che le carceri possano diventare “postriboli” e gli agenti dei “guardoni di Stato”. Per Gennarino De Fazio, della Uilpa, il verdetto della Consulta aumenterà “considerevolmente il già insostenibile carico di lavoro per gli operatori, peraltro decimati negli organici con 18mila unità mancanti al solo Corpo di polizia penitenziaria”. (Ansa)








