Sconticini in appello per la banda che nel 2020 uccise Francesco Traiano, il titolare del bar “Gocce di Caffè” in via Guido D’Orso a Foggia. Per Antonio Bernardo detto “U’ Stagnr”, la pena è passata da 30 a 27 anni, mentre è calata da 28 a 27 quella per Christian Consalvo detto “Pallina”. Per Antonio Tufo detto “U’ giall”, la condanna è scesa da 30 a 25 anni. Infine, 7 anni (invece dei 10 inflitti in primo grado) per Simone Pio Amorico. L’allora minorenne Antonio Pio Colucci, esecutore materiale dell’assassinio, è stato condannato in altra sede a 16 anni sia in primo che in secondo grado.
Tutti vennero beccati nella brillante operazione “Destino” messa a segno dalla Polizia di Stato che evidenziò la furia ingiustificata del gruppo criminale. Colucci sferrò un fendente mortale alla testa della vittima sulla quale si avventò subito dopo anche Bernardo, quest’ultimo nipote dell’omonimo Antonio Bernardo detto “lo zio”, ucciso nel 2008 nell’ambito di una guerra di mafia tesa ad eliminare la vecchia “classe dirigente” della “Società Foggiana”.
Stando alle motivazioni della sentenza di primo grado, Bernardo, pur sprovvisto di coltello, “colpiva violentemente e ripetutamente Traiano, sferrando al suo indirizzo pugni e, coadiuvando Colucci, faceva cadere a terra la vittima per immobilizzarla. Quando Traiano era disteso per terra, i rapinatori continuavano ad infierire colpendolo con altri calci”.
Tufo, intanto, conscio di tutto questo, invece di provare “sdegno”, “si adoperava per facilitarne l’azione, tenendo occupato un dipendente del bar al cui indirizzo scagliava con estrema violenza un pesante e grosso posacenere con annesso gettacarte da terra in metallo”.
Dal canto suo Christian Consalvo, l’autista della banda, “era consapevole di partecipare a una rapina con uno dei complici armato di coltello. Ha quindi avuto la piena percezione del rischio“. Simone Pio Amorico non prese parte all’azione criminale ma fu tra quelli che la organizzò e aiutò i complici anche dopo il colpo.
Bernardo e Tufo sono anche tra gli imputati, con le accuse, a vario titolo, di atti persecutori aggravati dal cyber-bullismo, truffa e diffamazione, del processo sulla morte di Marco Ferrazzano, probabilmente indotto al suicidio dopo essere stato bullizzato. (In foto, Bernardo, Tufo e Consalvo; sullo sfondo, un momento della rapina)










