Terremoto nella mafia garganica, si pente Antonio Quitadamo detto “Baffino”. Attesa per le sue verità

Dopo il fratello minore Andrea, sceglie di collaborare con la giustizia anche lui. Crolla il castello criminale del clan dei mattinatesi

Dopo il pentimento di Andrea Quitadamo detto “Baffino junior”, ha deciso di collaborare con la giustizia anche il fratello maggiore Antonio alias “Baffino”. L’uomo, 47 anni, era cardine fondamentale del clan dei mattinatesi, frangia armata dell’organizzazione mafiosa capeggiata da Matteo Lombardi, rivale dei montanari Li Bergolis-Miucci-Lombardone per il controllo criminale del promontorio.

“Baffino”, già detenuto per una lunga serie di reati ed arrestato a dicembre scorso nell’operazione antimafia “Omnia Nostra”, ha detto basta, sicuramente per questioni di opportunità, ma forse anche perché ormai ai margini del clan, come emerso dalle carte della recente inchiesta.

Ed ora c’è mezza mafia garganica che trema: Quitadamo potrebbe custodire molte verità sugli ultimi 25 anni di fatti di sangue tra Mattinata, Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Vieste. Sperano i parenti delle vittime di lupara bianca, da tempo in attesa di conoscere il destino dei propri cari. Proprio a Mattinata, feudo dei “Baffino”, si sono verificate numerose sparizioni misteriose.

Il pentimento di Antonio Quitadamo, in passato indicato persino come “il sindaco di Mattinata” al fine di ingannare una vittima di estorsioni, si va ad aggiungere a quelli del fratello Andrea, del manfredoniano Antonio La Selva e dei viestani Danilo Della Malva, Orazio Coda e Giovanni Surano, tutti alleati tra loro, segno tangibile che qualcosa si è rotto nell’organizzazione criminale del boss Lombardi. Molto più compatti i Li Bergolis tra i quali sembra impossibile squarciare il velo di omertà.

Scaricato dai sodali

Un’intercettazione in carcere fece emergere un Quitadamo “particolarmente infuriato” nei confronti dei suoi alleati i quali – stando ai sospetti maturati dal mattinatese – avrebbero posto in essere un progetto mirato a tenerlo rinchiuso in cella, lontano dagli affari del clan. Sentendosi ‘scaricato’ dai sodali, il pregiudicato esternò una manifestazione di intenti collaborativi indicando la data del 9 agosto successivo (stranamente coincidente con la data del quadruplice omicidio di San Marco in Lamis dove venne ucciso il suo ex capo Mario Luciano Romito) quale tempo utile per essere scarcerato pena la chiamata in correità di tutti gli appartenenti al sodalizio: “Se entro il 9 agosto non mi metti fuori… ti saluto! ma no che ti saluto e me ne vado… me li chiamo tutti quanti appresso”, disse ad uno dei suoi legali.

La madre rapportò al figlio di aver appreso da Francesco Scirpoli (altro elemento di vertice del gruppo dei mattinatesi, ndr) una sua “ipotetica separazione” da Quitadamo: “Quello… quando esci non vuole avere niente a che fare… Scirpoli”, scatenando difatti l’ira di “Baffino”: “Lui non vuole niente a che fare??? Lui non vuole niente a che fare, dopo quello che mi ha combinato!?!?”. Ed è la mamma che, con disappunto, sottolineava la slealtà dei sodali, invitando il figlio a valutare un futuro allontanamento dal gruppo criminale di appartenenza “una volta che esci non devi guardare in faccia a nessuno!”. (In alto, Antonio Quitadamo; sullo sfondo, un omicidio di mafia a Mattinata)

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