“Vittime Covid trattate come pezzi di carne”, Tutolo promette battaglia in Puglia. “Situazione mi sta divorando, non voglio essere complice di questa storia orrenda”

“Nell’ultimo periodo ho avuto modo di manifestare pubblicamente il mio personale malessere su una situazione inaccettabile che mi sta divorando e togliendo il sonno. L’ho fatto prima silenziosamente, attenzionando direttamente chi avrebbe dovuto e potuto, a mio avviso, fare qualcosa, condividendo, altresì, la questione con i colleghi del gruppo politico al quale sono iscritto. L’ho fatto, in seguito, presentando una mozione urgente che, dopo tre sedute, ancora non è approdata in Consiglio regionale. Dopo ripetuti appelli caduti nel vuoto, mi affido alla stampa perché non si può tacere di fronte a tanta gente che continua a morire senza poter vedere le persone più care che ha al mondo. Gente che giace in rianimazione pensando di essere stata abbandonata e che, probabilmente anche a causa di questo, si lascia morire senza avere nemmeno degna sepoltura”. Lo ha dichiarato il consigliere regionale, Antonio Tutolo

“A causa semplicemente della mancanza di volontà e di sensibilità – ha proseguito l’ex sindaco di Lucera –, permettiamo che i nostri cari vengano portati via, isolati e, in caso di decesso, riconsegnati direttamente in una busta di plastica, senza nemmeno avere la possibilità di sapere se dentro ci siano davvero loro. E nel caso in cui riescano a guarire, l’epilogo non è comunque tra i più confortanti: li avremo comunque esposti ad un trauma psicologico dal quale difficilmente, specie se in età avanzata, si risolleveranno. Trovo assurdo che nessuno provi a porre rimedio a tale disumanizzazione.

Ci sono cose sulle quali proprio non riesco a stare in silenzio. Questa è sicuramente una, proprio perché interessa direttamente tanti cittadini e li investe in modo totalizzante. Non riesco a sopportare l’idea che uomini e donne possano essere trattati come pezzi di carne. Non riesco ad accettare che il farmaco più potente, quello più efficace ed economico non venga somministrato dopo che numerosi studi hanno ampiamente dimostrato, anche sulla base di indagini dirette, che il modo in cui il paziente e i familiari vivono e percepiscono l’esperienza della malattia e soprattutto il contatto diretto tra loro, ha positive ricadute non solo sulla sfera psichica ma anche sugli stessi esiti clinici del malato. Io ne sono sicuro: l’amore delle persone care è il miglior farmaco e noi non lo stiamo somministrando. Non ce la faccio più ad assistere passivamente a tutto ciò. Io non voglio essere complice di questa orrenda e disumana storia – conclude -. È una battaglia di civiltà”.