Omicidio di mafia garganica, dai colpi di tosse alle tracce di Dna: si stringe il cerchio intorno al boss Lombardi. La difesa ribatte colpo su colpo

In Corte d’Assise il processo a Matteo Lombardi, alias “A’ Carpnese”. Per la DDA fu lui ad organizzare ed eseguire l’agguato ai danni del rivale Giuseppe Silvestri. Sentenza in estate

Chi ha ucciso l’Apicanese? Il processo a Matteo Lombardi, alias A’ Carpnese, maggiore indiziato dell’omicidio, è ormai alle battute finali. Giuseppe Silvestri, detto appunto l’Apicanese, soprannome ereditato dal padre, fu ammazzato all’alba del 21 marzo 2017 sulla strada Panoramica di Monte Sant’Angelo. Secondo la DDA, organizzatore e autore dell’agguato fu Lombardi, presunto capo della batteria garganica Lombardi-La Torre-Raduano, ex Romito-Ricucci-Gentile.

Oggi in Corte d’Assise a Foggia, ennesima udienza del processo, in attesa della sentenza prevista entro fine luglio. Ascoltato il tenente dei carabinieri, Ciliberti che prese parte alle indagini.

Per l’accusa, l’imputato (detenuto a Voghera, presente in videoconferenza) uccise Silvestri e soltanto successivamente si recò a Lodi ad un’asta di auto. Con Lombardi c’era l’amico Antonio Zino, accusato di favoreggiamento. Secondo il pm della DDA, Ettore Cardinali fu un viaggio organizzato allo scopo di fornirsi un alibi.

In udienza si è parlato ancora una volta della presenza di Lombardi nel Lodigiano dove acquistò una Fiat Panda. Da un accertamento eseguito nel 2019, questo particolare non emerse. Venne fuori che l’imputato effettuò dei pagamenti per veicoli acquistati in giorni precedenti all’omicidio. Ma adesso è chiaro che il 22 marzo, 24 ore dopo l’omicidio, Lombardi perfezionò la compravendita di una Panda direttamente a Lodi. Vicenda confermata anche dall’ACI. I due imputati fecero ritorno a Manfredonia a bordo della stessa Panda e della Renault Kangoo già utilizzata all’andata.

Ma il processo a Lombardi verte soprattutto sul suo DNA rinvenuto sulle cartucce. Come ci è finito? Secondo l’accusa basterebbe qualche starnuto. In una trascrizione del 29 settembre 2017, nella casa di Lombardi a Siponto si sarebbero registrati alcuni colpi di tosse che il tenente dei carabinieri, Ciliberti ha attribuito a Lombardi. La difesa sostiene che non c’è alcuna certezza, anche perché in quella abitazione l’imputato non era solo ma conviveva con moglie e figli. “In trascrizioni risalenti a giorni precedenti, non risultano colpi di tosse – insistono i legali contattati da l’Immediato -. Inoltre stiamo parlando di fatti avvenuti sei mesi dopo l’agguato”.

La difesa è passata al contrattacco anche sui filmati della videosorveglianza: Lombardi sostiene che quella mattina uscì con Zino dall’abitazione di quest’ultimo per partire alla volta di Lodi. “Abbiamo chiesto se fossero stati effettuati rilievi sui filmati delle telecamere poste sopra all’abitazione di Zino, ma i carabinieri non lo hanno ritenuto necessario”. Secondo l’accusa sono sufficienti i contatti delle cellule telefoniche per sbugiardare la tesi difensiva. La DDA è convinta che Zino si avviò da solo, prelevando Lombardi presso una stazione di servizio nei pressi di Poggio Imperiale, poco dopo le 6 del mattino (l’omicidio risale alle 4:45).

Prossima udienza l’1 giugno. Saranno sentiti 5 testi della difesa: la persona che si occupò della vendita della Panda, l’uomo che fece da tramite per l’acquisto, il vice brigadiere Mariella di Cagnano Varano per il ritrovamento dell’auto dei killer (una Toyota Rav 4 trovata bruciata nelle campagne del paese garganico), un altro carabiniere che sarà sentito sui rapporti tra Silvestri e la famiglia Li Bergolis, rivale del gruppo di Lombardi e, infine, ma non è sicuro, la moglie della vittima.

Successivamente, forse già a metà giugno, saranno sentiti l’ingegnere Del Grosso, tecnico della difesa che ha effettuato rilievi sul percorso dei presunti killer e la dottoressa Torricella (la stessa del caso Meredith) per le tracce del Dna. “Abbiamo rinunciato a tanti testi – fa sapere la difesa -. Puntiamo a chiudere entro fine luglio”. (In alto, da sinistra, Lombardi, Zino e Silvestri; sullo sfondo, la Corte d’Assise di Foggia)



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