Mazzetta di 1300 euro e consumazioni al bar in cambio dei voti. Il potere di Potenza e Bianchi: “Ti facciamo sparire, abbiamo tanti soldi”

Il sistema messo in pratica da sindaco e imprenditore nelle carte di “Madrepietra”. Inchiesta “prende le mosse da una denuncia…”

L’inchiesta “Madrepietra” che ha portato all’arresto del sindaco leghista di Apricena, Antonio Potenza “prende le mosse da una denuncia su presunte irregolarità del primo cittadino”. È scritto nell’ordinanza cautelare di 98 pagine firmata dal giudice Corvino. Stando alle carte dell’indagine, Potenza e Matteo Bianchi, imprenditore finito anch’egli agli arresti, “contattarono il denunciante affinché desse una mano per la campagna elettorale svolta a favore del primo cittadino, assicurando in cambio un posto di lavoro quale corrispettivo dell’ausilio fornito per ‘portare voti’ a Potenza“.

“Per le suddette motivazioni – si legge ancora – Potenza consegnò al denunciante la somma di 1300 euro in contanti a titolo di compenso per l’aiuto nella campagna elettorale, nonché quale provvista economica da utilizzare per offrire ai concittadini apricenesi consumazioni al bar ed ottenerne in tal modo il consenso elettorale in favore del predetto candidato sindaco”.

In seguito, il denunciante si presentò dal primo cittadino “chiedendogli la possibilità di far lavorare tre piccoli muratori di Apricena per la ristrutturazione dei loculi cimiteriali comunali, a fronte di tale richiesta Potenza manifestò diniego in quanto quei lavori erano già stati promessi ad Ivan Augelli“, anche quest’ultimo finito oggi agli arresti.

“I lavori – scrivono ancora gli inquirenti – furono eseguiti solo parzialmente ottenendo tuttavia l’intero compenso pattuito nel contratto di appalto”.

Dopo essere stato sfiduciato, Potenza fu rieletto e “per sdebitarsi con il denunciante gli fece assegnare una casa popolare, contravvenendo alle aspettative di quest’ultimo in quanto il suo scopo era quello di farsi assumere a tempo indeterminato nell’azienda che gestisce la raccolta dei rifiuti ad Apricena”.

In seguito all’esternazione del denunciante, Potenza reagì con minacce: “omissis… io uno come te l’ho già mandato in galera, a te invece ti facciamo proprio sparire per sempre e ricordati che noi abbiamo tanti soldi… omissis”.

Stando al denunciante, “Potenza parlò al plurale in quanto si riferiva anche a Bianchi la cui famiglia è legata al sindaco oltre che da vincoli familiari anche da rapporti di affari, in quanto l’imprenditore, al fine di essere favorito nell’aggiudicazione degli appalti, aiutò Potenza nella sua carriera politica“.

E ancora: “Ad Apricena lavoravano solo le persone vicine al sindaco Potenza: ad aggiudicarsi i lavori pubblici erano esclusivamente le ditte riconducibili all’ingegner Matteo Bianchi e al figlio Federico (tra i 23 indagati, ndr)”.

Gli inquirenti scrivono inoltre che “gli accordi corruttivi tra Potenza e Bianchi erano stipulati presso gli uffici di quest’ultimo, nei pressi della vecchia stazione. Il sindaco Potenza spesso si recava presso gli uffici della ‘Ital Conserve’, società sempre riferibile alla famiglia Bianchi”.

Il gip non ha dubbi: “Le attività di indagine hanno comprovato la fondatezza delle dichiarazioni rese dal denunciante”. Poi gli investigatori evidenziano che “sulla base di quanto acquisito, sono state disposte attività di captazione che hanno consentito di ricostruire un quadro allarmante di sviamento illecito delle funzioni pubbliche e, in generale, di commissione di gravi delitti, oggetti della presente richiesta”.