“È stato magico, sarò sempre in debito con voi”. Il messaggio di addio di Alberto Gerbo alla città di Foggia

“Quella sentenza, come un fulmine a ciel sereno. Fatti extra calcistici che poco centravano con la gloriosa storia del Foggia calcio”. L’amaro saluto del centrocampista

L’addio di Alberto Gerbo su Instagram. L’ormai ex rossonero ha salutato la città attraverso un lungo post. “Ho parlato di voi perché il Foggia Calcio siete voi ed io sono qui a dirvi grazie perché per 152 partite ho indossato la vostra maglia ed ogni volta mi sentivo il calciatore più fortunato al mondo – ha scritto -. Ho ancora la forza e la lucidità per chiedere scusa, perché nonostante sangue, sudore e il rispetto che ho cercato di mettere a disposizione in questi anni, non sono riuscito a fare quel qualcosa in più per aiutare la squadra della vostra città a raggiungere la salvezza. A prescindere da qualsiasi situazione (societaria, economica) si poteva, ma soprattutto si doveva fare di più. Non ho mai baciato la maglia, raramente ho esultato sotto la curva dopo un gol e non ho mai fatto dichiarazioni d’amore sui social, ma chi mi conosce sa cosa sei per me, cara Foggia. Grazie perché mi avete fatto sentire uno di voi. È stato magico. Sono sempre in debito con voi”.

Nell’immagine postata, scrive ancora: “Penso alla storia del Foggia, ai giocatori che hanno indossato questa maglia, ed io Alberto Gerbo, non sono nessuno per poter esprimere pensieri ed opinioni sul nulla; probabilmente dovrei stare zitto, o quanto meno dovrei scrivere poche righe per rispettare una realtà calcistica così meravigliosa che è stata trattata come un giocattolo qualsiasi, ma sono investito da una valanga di emozioni che non intendo soffocare dentro di me. Cinque anni fa entrare allo Zaccaria, fu il primo posto che vivi, non fu casuale; io lo so che ognuno di voi tra quelle mura si sente a casa, e della propria casa si è sempre orgogliosi. Era ancora tutto grigio, con le scalette gialle, il terreno non era dei migliori, la domenica si giocava contro il Melfi ma come pulsavano quelle curve. Vittorie o sconfitte, il lunedì mattina non si parlava d’altro. Ho visto lottare, vincere, soffrire anche perdere. Ho visto il Foggia giocare bene, perché il foggiano ‘capisce di pallone’, e non vi siete mai fermati a Zeman. Ho visto uno stadio esplodere in una semifinale con l’Alessandria. Ho visto lacrime di gioia lacrime di disperazione; quanto fu tremenda quella finale con il Pisa. Però poi ho avuto la fortuna di rivedervi in piedi, pieni di speranza. Ho visto la torciata in curva sud dopo la vittoria con la Paganese. Ho visto gli occhi brillare dopo la vittoria con il Lecce in casa che avvicinava il traguardo raggiunto a Fondi. Dopo aver invaso l’Italia avete invaso la città per festeggiare tutti insieme. Quanti c***o eravate? 50.000? 60.000? Eravate bellissimi. Dopo 19 anni il Foggia era in B dove desiderava essere da troppo tempo, in uno stadio tinto di rosso e nero, con qualche satanello in gradinata, che riflettevano su un terreno perfetto. La domenica si giocava a Cesena, eravate in 5000, 15mila allo Zac. Ho visto i vostri sorrisi quando si parlava di Pio e Amedeo che vi rappresentavano con orgoglio in tutta Italia. Ho visto l’affetto per Nico e la sua voglia di vincere. Ho visto il rosso e il nero cuciti sulla pelle di Peppe e Christian. Ho visto Foggia-Bari dopo vent’anni, la coreografia all’ingresso e quel grido della Nord, rafforzato da un murales: ‘Fino all’ultimo sorriso oltre l’ultimo respiro’. Già, perché se salti su quei gradoni o hai la fortuna di giocare con quella maglia, non puoi avere un atteggiamento diverso. E poi la prima sentenza, come un fulmine a ciel sereno. Fatti extra calcistici che poco centravano con la gloriosa storia del Foggia calcio. Prima retrocessi poi penalizzati, eppure vi ho visti fiduciosi, sicuri di farcela. Vi ho visto cantare tutti insieme sotto la curva a Brescia ed incitare la squadra ogni giovedì nelle ultime partite. Invece no, nonostante un’ottima squadra, di nuovo nel baratro della serie C. E come se non bastasse ecco la mancata iscrizione – conclude -. Una maledizione a cui non riesco ad aggiungere altre parole”.



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