Magistrati corrotti, Seccia e Soave già insieme nel maxi processo alla mafia garganica “Iscaro-Saburo”

Quando il pm era alla DDA di Bari, l’altro ricopriva l’incarico di amministratore giudiziario delle aziende sequestrate agli indagati garganici

Dalla mafia garganica al “sistema Trani”. Mentre si allarga l’inchiesta sulla magistratura corrotta in Puglia, spunta l’asse composto dal noto Domenico Seccia e il consulente Massimiliano Soave. Seccia, pm che si occupò della mafia del Gargano, è stato tirato in ballo dall’imprenditore di Corato, Flavio D’Introno al quale furono annullate cartelle esattoriali per 8 milioni di euro. Già quattro i magistrati coinvolti, oltre all’ex procuratore di Lucera (oggi alla Cassazione a Roma) ci sono l’ex gip Michele Nardi (in carcere), l’ex pm Antonio Savasta (ai domiciliari) e il pm Luigi Scimè. Una tangentopoli che sta scuotendo il mondo della giustizia pugliese. I magistrati avrebbero “aggiustato” procedimenti penali dell’imprenditore coratino in cambio di mazzette quando facevano parte della Commissione tributaria. Davanti al giudice, Savasta ha spiegato che anche Seccia avrebbe avuto un ruolo nel “sistema”. Stesso discorso per il consulente Massimiliano Soave, quello che Savasta ha definito “il tramite della famiglia D’Introno per arrivare a Seccia”.

Lo stesso D’Introno, durante l’incidente probatorio davanti al gip leccese Gallo, avrebbe fatto pesanti riferimenti a Seccia indicato come “personaggio pericoloso”. Inquietante una frase pronunciata dall’imprenditore: “Per spaventarmi mi avrebbe mandato la mafia garganica”.

Oggi emerge che Massimiliano Soave e Seccia si conoscevano già dai tempi del maxi processo “Iscaro Saburo” che certificò la presenza dei clan tra Monte Sant’Angelo, Mattinata e Manfredonia segnando una tappa storica nel mondo della criminalità in provincia di Foggia. 

Quando Seccia era pm della DDA di Bari, Soave ricopriva l’incarico di amministratore giudiziario delle aziende sequestrate agli indagati garganici. Locali sottoposti a sequestro preventivo proprio su richiesta del pm ed affidati a Massimiliano Soave già nel biennio 2004-2005. 

A seguito di verifiche si è riscontrato che i ricorsi esaminati dalla C.T.P. di Bari, di cui era componente il dott. Seccia, erano riconducibili alla famiglia D’Introno. Accolti in primo grado, sentenza riformata in appello e confermata in Cassazione.
In ordine alla intera vicenda sono in corso accertamenti nei confronti di coloro che avrebbero diffamato di magistrato, che riferisce di conoscere D’Introno Flavio.

In ordine alla intera vicenda il dott. Domenico Seccia riferisce che, in qualità di magistrato, non ha mai curato alcun procedimento in cui fosse parte Flavio D’Introno, mentre in qualità di Presidente della Commissione Tributaria Provinciale è accaduto, in poche occasioni (3 o 4), che abbia trattato procedimenti relativi alla famiglia D’Introno, senza però mai rivestire la qualità di relatore. Evidenzia, altresì, che in nessuno di detti ultimi procedimenti sono stati né eccepiti né tantomeno accolti vizi di forma o nullità delle notifiche, tant’è che detti procedimenti tributari si sono tutti conclusi con pronunce nel merito, e non con declaratorie di nullità dovute a vizi di notifiche. Il dott. Seccia, nel negare fermamente di aver mai conosciuto personalmente Flavio D’Introno, afferma la totale falsità delle affermazioni riportate nell’’articolo e riferisce di aver sporto denuncia-querela in danno del Direttore Responsabile del giornale e del giornalista che ha scritto l’articolo per il reato di diffamazione a mezzo stampa.





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