“Di papà erano gelosi, a 39 anni aveva tutto in mano”. Nelle carte di Chorus spunta lo scontro interno al clan Moretti

Il risentimento dei parenti di Rodolfo Bruno, lasciati soli dai vertici del gruppo criminale. Il figlio della vittima: “Non hanno fatto niente, pensano solo ai soldi”

In “Chorus”, l’operazione messa a segno dalle forze dell’ordine a Foggia, emerge ancora una volta la rivalità tra i maggiori clan del capoluogo, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Sinesi-Francavilla. Ultima vittima della guerra, il 39enne Rodolfo Bruno (nel riquadro in alto) appartenente ai Moretti, ucciso il 15 novembre 2018. Nel blitz sono stati arrestati parenti e sodali dell’uomo. A cominciare dal cognato Gianfranco Bruno detto “il primitivo” e dal figlio Antonio Bruno. I due sono stati ammanettati assieme ad Antonio Carmine Piscitelli, di anni 36 e Giuseppe Ricco, di anni 55, quest’ultimo residente a Margherita di Savoia ma ritenuto membro del clan camorristico della famiglia Panico oltre che “braccio destro” del capoclan Francesco, operante nell’hinterland vesuviano della provincia di Napoli. Tutti e quattro sono finiti in cella in quanto ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di tentato omicidio, ricettazione, detenzione e porto di armi.

Obiettivo del gruppo era uno dei Frascolla, elemento vicino ai Sinesi-Francavilla. Solo grazie ad attività di pedinamento e intercettazione, gli inquirenti hanno evitato la commissione dell’omicidio. Durante le indagini, però, sono emersi dettagli di rilievo relativamente allo scacchiere criminale foggiano, in particolare nel clan Moretti-Pellegrino-Lanza.

Nell’ordinanza di quasi 100 pagine firmata dal gip Protano, si legge: “Le iniziative delittuose sono espressione dell’ulteriore vendetta del gruppo facente capo ai Bruno all’indirizzo dei Frascolla, questi ultimi vicini ai Sinesi-Francavilla. “Erano gelosi… me l’hanno ucciso… se non ce li togliamo noi i guai nostri, non ce li toglie nessuno”.

Emblematica la conversazione captata tra Giuseppe Ricco e Antonio Bruno, presenti a numerosi summit alla periferia della città (foto in alto).

Giuseppe Ricco: “Non troviamo ad uno, uno… una persona che ci fa un appoggio, una cosa… ci dice una parola… non troviamo a nessuno boh (un palo, ndr)… ma chi tiene ora tutte le cose in mano?… a chi l’hanno passato, a nessuno?”

Antonio Bruno: “A Ninuccio (Savino Ariostini, ndr)”

Ricco: “Ninuccio chi, cinquantacinque?…e chi l’ha passato, chi gliel’ha dato?”

Bruno: “Lo zio Rocco (Rocco Moretti, ndr)… lo zio Rocco… Rocchino”

Ricco: “E lo zio (Gianfranco Bruno, ndr) lo sa questo fatto?”

Bruno: “E penso di si. Hai capito o no?… cioè da cento a zero sono scesi qua, hai capito o no? Ecco perchè di papà (Rodolfo Bruno, ndr) erano gelosi, hai capito? Aveva 39 anni e teneva tutte le cose in mano, hai capito? Erano gelosi, compà, non perdere tempo… quei poco di buono, uagliò, me l’hanno ucciso”…

Ricco: “Tuo padre è morto, no? Stava in mezzo alla strada? Ma i compagni dove stanno?”

Bruno: “I compagni? Per un mese i compagni sono stati ancora fuori… ancora non li arrestavano, non hanno fatto niente (si riferisce all’operazione “Decima Azione” del 30 novembre 2018, ndr). Niente, pensano solo ai soldi. Se fosse successo il contrario mio padre faceva il casino”.

Da tale dialogo – scrive il giudice – si evince un forte risentimento da parte della famiglia Bruno nei confronti dei vertici della batteria criminale Moretti-Pellegrino per non aver vendicato la morte di Rodolfo Bruno.

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