Chénier, la fin de siècle e il confronto con La Boheme. Il convegno internazionale ha illuminato Giordano a Foggia

Foggia ha vissuto una due giorni di studio appassionata, che è terminata questa mattina al Conservatorio di musica Umberto Giordano

In una recentissima intervista il maestro Ennio Morricone ha dichiarato che il suo primo ricordo in assoluto del suo rapporto con la musica era quando da ragazzino si metteva in ginocchio e poggiava l’orecchio alla radio, sull’altoparlante del giradischi. “Mi torna in mente un pezzo dell’Andrea Chénier di Umberto Giordano. Lo sfondo della Rivoluzione francese, il poeta che avverte un profondo affetto per una ragazza bellissima, ragazza a cui spiega il mondo, le racconta quanto è difficile, ma anche quanto il mondo potrebbe essere bello. Era un pezzo che mi faceva molta impressione, lo ascoltavo di continuo, tanto da aver consumato e rovinato il disco”, ha detto a Robinson, l’inserto culturale di Repubblica.

Foggia ha vissuto  una due giorni di studio appassionato, che è terminata questa mattina al Conservatorio di musica Umberto Giordano  organizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Foggia, e sotto il patrocinio dell’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Cini di Venezia e del Centro Studi Giacomo Puccini di Lucca, col Convegno internazionale di studi “Giordano e la fin de siècle, a cura di Francesco Di Lernia, Francesco Montaruli e Agostino Ruscillo, per le celebrazioni del settantesimo anniversario della morte di Umberto Giordano (1948-2018), e il centoventenario dell’opera Fedora (1898-2018), domani in scena al Teatro foggiano.

In primo piano il musicologo Agostino Ruscillo

Nel corso del convegno si è riconsiderata la figura dell’autore di Chénier nell’ambito del clima culturale e musicale europeo fin de siècle. Tanti gli studiosi coinvolti: Riccardo Pecci, Emanuele d’Angelo, Maria Ida Biggi, Federico Fornoni, Johannes Streicher, Antonio Polignone, Emanuele Bonomi e Francesco Cesari. A seguito di una “call” lanciata dal Conservatorio per favorire l’intervento di giovani ricercatori, hanno partecipato Grazie Vetritto, Alessandra Negro, Silvia Ribolsi, Alessio De Palma e Giovanna Sevi.

La due giorni di studi ha permesso a quanti non conoscono bene l’opera di Giordano di entrare nei contrasti tra i librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa e nel confronto tra due dei melodrammi più amati della lirica italiana, la Boheme di Giacomo Puccini e Andrea Chénier appunto, andati in scena nello stesso anno, nel 1896 a Milano.

Illica, come ha spiegato il professor Emanuele d’Angelo dell’Accademia di Bari, era molto generoso nello scrivere, ma meno elegante di Giacosa, i suoi versi avevano però un tratto riconoscibilissimo tanto da esser chiamati “illicasillabi”. Più dedito al labor limae invece Giacosa, avvezzo anche a dare primizie ai giornalisti, come fece con i versi dell’ultima aria della Tosca.

Il rapporto tra il librettista e Umberto Giordano fu speciale, Illica con il compositore foggiano riuscì a dimostrare di non essere incapace a scrivere versi lirici, di grande effetto, sebbene Giordano intervenga in molte opere e in particolare nella Siberia, con delle scelte drastiche e sembra dar ragione ai critici che dicono che Illica non sa scrivere versi lirici. Giordano aveva un suo mondo estetico. “Per quanto si sforzi di essere moderno la seconda metà dell’Ottocento è la sua casa estetica. Chiede a Illica qualcosa di più canonico.La descrizione della Siberia è un brano in cui l’orrore provato dal personaggio non è scritto”, ha illustrato il docente. Orride steppe, torrida estate, valli cocenti e desolate. Illica si sforza di fare il gran poeta nella Siberia, laddove invece i versi del libretto di Marcella sono intenzionalmente sciatti per una mancanza di ricercatezza. “Dal naturalismo, dal verismo, lì passava la modernità. Siberia invece è sofisticata. Molto retorica e piena zeppa di reminiscenza letteraria.  E Illica lo fa molto bene”.

Ha relazionato sul senso della fine il professor Francesco Cesari dell’Università di Venezia, mettendo a confronto le morti romantiche delle due protagoniste pucciniane di Manon Lescaut e La Boheme.

La Boheme reca nel suo dna il senso della fine, gli scapigliati muoiono giovani e nell’opera in un lucido distillato di pochi momenti epifanici la morte è protagonista nella storia dei ragazzi artisti. Secondo il docente Puccini non è dentro la vicenda, ma la contempla da fuori, come alla finestra. La morte di Mimì è diversa da quella di Manon, perché Rodolfo capisce dalle parole degli amici della morte dell’amata. La coscienza è incalzante anche nei suoni e nei mezzi toni, che Puccini utilizza come nella “scena” della neve. La pianista Silvia Ribolsi invece ha approfondito l’opera giordaniana in atto unico Mese Mariano, frutto del bozzetto lirico di Salvatore Di Giacomo, giornalista e scrittore napoletano influenzato dal tardo realismo e verismo, oltre che dal naturalismo francese. Napoli sviluppa un certo suo verismo e l’opera è ambientata nel mastodontico Albergo dei Poveri di Via Foria. Secondo la ricercatrice in Mese Mariano si intravedono i quadri dei pittori napoletani Filippo Palizzi e Gioacchino Toma. Scene di popolo si sentono nell’opera, che appare come il Ventre di Napoli di Matilde Serao. Detto e non detto. Giordano riesce a dare voce col discorso musicale al non detto del librettista in un atto unico le cui caratteristiche sono l’immensamente piccolo nel rapporto con l’imponente albergo kafkiano. Burocrazia e misera, insieme ai vicoli e all’umidità grigia. Vengono in mente le tonalità scelte anche dal regista Saverio Costanzo per l’adattamento per immagini de L’amica geniale di Elena Ferrante, attesissimo alla tv. Giordano del resto aveva una immaginazione cinematografica.

La conclusione del convegno con il confronto più erudito sulle due opere, è stata affidata a due giovani brillanti ricercatori, Alesso De Palma e Giovanna Sevi.

Il lavoro del primo dal titolo André versus Andrea. La “non verità” nello Chénier, ha analizza il capolavoro indiscusso nato dal genio della coppia Giordano-Illica: Andrea Chénier (1896) da un punto di vista prettamente ‘storiografico’, mettendo in risalto i diversi ‘falsi storici’ presenti nel ‘dramma storico’, avente per oggetto la vita, ‘tra il serio ed il faceto’ del ‘maggior poeta martire del Settecento francese’: André-Marie Chénier, vittima del ‘Terrore’ della Rivoluzione francese.

De Palma ha elencato quanto fosse ben  documentato il lavoro di Illica: Giordano era il compositore di punta di Sonzogno contrapposto a Puccini, uomo Ricordi. “Il tenore Carulli diserta per il rifiuto della moglie nel ruolo della protagonista e viene chiamato un tenore caduto in disgrazia, Giuseppe Borgatti che con Evelina Carrese vivrà il trionfo a teatro di  Chénier, gli errori e gli orrori della Rivoluzione”, ha osservato De Palma, che ha anche illustrato il triangolo filadelfico del libretto di Illica contrapposto a quello del Don Carlos. Ha paragonato Chénier al giovane Werther di Goethe o ad altri protagonisti di Shiller. Chénier è il trionfo della morte, della fine. I due protagonisti muoiono insieme, il poeta e la sua amata Maddalena. “Viva la morte insieme, quello che è in apparenza è un finale tragico è invece un happy end, perché i due amati sono liberi insieme nella morte”, ha concluso il giovane ricercatore e figlio d’arte.

Giovanna Sevi si è concentrata sugli acuti d’amore, tra soffitta e ghigliottina di Puccini e Giordano. Dal verismo originario all’affresco storico, tutto nello stesso anno. Soffiava ancora il vento wagneriano quando i due compositori ebbero i loro rispettivi grandi successi. Puccini, che batté sul tempo il suo collega Leoncavallo, riesce a rivestire di note il suo ricordo di vita bohemienne. È Parigi per la giovane studiosa il vero soggetto della Boheme col suo Quartiere Latino.

 

 

 





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