70 anni dalla Costituzione, quei “grandi soggetti che hanno contribuito a scriverla” nella mostra dell’Anpi in Biblioteca

Una straordinaria mostra che tiene insieme le informazioni e i quotidiani di quegli anni e le pubblicazioni sul tema

“Baluardo di libertà e progresso”, “La Repubblica voluta dal popolo ha oggi la sua legge fondamentale”, “Il fondamento della Repubblica Italiana”, “la crociata costituzionale”. Sono solo alcuni titoli dei giornali dell’epoca alla notizia della ufficialità della Costituzione nel 1948.

A 70 anni dalla adozione della Carta Costituzionale la sezione locale dell’Anpi e la Biblioteca “Magna Capitana” hanno in una delle sale lettura una straordinaria mostra, che tiene insieme le informazioni e i quotidiani di quegli anni e le pubblicazioni sul tema della Costituzione più tutte le biografie degli uomini che dalla provincia parteciparono dal 1946 al 1948 all’atto fondativo della Repubblica.

In Capitanata alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno del 1946, le prime a suffragio universale in Italia, partecipò il 90,6% dei cittadini aventi diritto. Il meccanismo elettorale dell’Assemblea Costituente era proporzionale a liste concorrenti in 32 collegi elettorali plurinominali. La Democrazia Cristiana in provincia di Foggia risultò il primo partito con 93.780 voti pari al 33,9%, al secondo posto a differenza del quadro nazionale si classifica il Partito Comunista che ottenne 66.362 voti con una media del 24,1% e costituì la più alta percentuale dell’intero Mezzogiorno; i socialisti raccolgono 44.328 consensi (16,0%); la quarta lista fu il Fronte dell’Uomo qualunque che ottenne 33.882 voti con una percentuale del 12,2%, doppia rispetto a quella nazionale; l’Unione democratica nazionale raccoglie 14.775 voti pari al 5,4%. Seguono gli altri schieramenti con consensi inferiori al 2%.

La Capitanata rientrava nel collegio elettorale plurinominale Bari-Foggia, eleggendo in questa tornata ben 9 deputati su 18 espressi dalla intera circoscrizione. La Dc conquistò 3 deputati: Raffaele Pio Petrilli, Gerardo De Caro e Raffaele Recca. Altrettanti ne ottennero i comunisti: Giuseppe Di Vittorio, Luigi Allegato e Giuseppe Imperiale. Il Partito socialista portò a Palazzo Montecitorio Domenico Fioritto e Carlo Ruggiero, mentre il Fronte dell’Uomo qualunque elesse Leonardo Miccolis. Le altre sette liste non riuscirono ad esprimere alcun rappresentante della Capitanata. I capilista dei tre grandi partiti di massa Dc, Pci e Psi, furono tutti della provincia di Foggia: il lucerino Petrilli, che poi guidò il Consiglio di Stato, il segretario della Cgil Di Vittorio e Fioritto, ex segretario nazionale del Psi.

“Le nuove istituzioni vennero progettate da una élite, da un gruppo composito e compatto d’intellettuali e di politici quale forse mai l’Italia aveva avuto nel passato. Una élite forgiata dalla guerra”, ha scritto il costituzionalista Michele Ainis. Una élite fortemente antifascista, se nel popolo vi era ancora chi era stato fascista, i costituenti erano uomini e donne che si erano formati in partiti totalmente antifascisti.

Lo storico ed ex parlamentare Michele Galante, curatore della mostra insieme alla direttrice Gabriella Berardi, ha chiamato per l’inaugurazione di ieri il professor Luciano Canfora, il quale ha tenuto una splendida lezione sulla Costituzione e i Costituenti, i “grandi soggetti che hanno contribuito a scriverla”.

L’articolo 1, l’articolo 3. La formulazione della Costituzione italiana è impegnativa. Appassionante la lectio di Canfora. “Nessuno dei costituenti pensava di cambiare le cose, ma la Costituzione tracciava un programma eversivo, diceva Calamandrei”.

Il secondo comma dell’articolo 3 è “eversivo”.  “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

“Rimuovere gli ostacoli” significava mutare l’ordinamento sociale vigente, ha spiegato Canfora. “È raro che in una Costituzione si descriva un programma, c’è una formulazione dinamicissima. Nelle codificazione tardo novecentesca, si cita spesso la costituzione di Robespierre, lì c’è un preambolo, nel quale si legge che la libertà ha come regola la Giustizia, nel 1946 era al lavoro anche la costituente francese, nasceva la Quarta Repubblica. Ma qual è la novità della Costituzione italiana? Noi non abbiamo un preambolo, abbiamo i principi fondamentali scritti come articoli. Ci fu un costituente autorevole, Palmiro Togliatti, che si rifiutò di inserire i principi in un preambolo. Nella Commissione dei 75 la sua fu una intuizione formidabile. Siamo tenuti ad essere grati a Togliatti, se i principi fossero stati confinati in un preambolo oggi non se ne parlerebbe più. Togliatti aveva una cultura politica molto ampia, l’esperienza dei costituzionalisti sovietici era molto forte. La prima costituzione al mondo infatti in cui specifici diritti sono posti nel dettato costituzionale è la Costituzione russa del 1918, dopo venne la nostra. La democrazia è la marcia dei diritti, non percepiti come tali. Con tutta la difficoltà di difenderli”. Canfora ha citato il diritto all’istruzione. “Si discusse molto sul problema economico. La istruzione gratuita di massa è una rivoluzione dentro il bilancio dello Stato. Il vertice della DC si era formato nell’antifascismo e il compromesso fu di dire che la scuola dell’obbligo sarebbe durata fino ad un certo anno. Nella Carta del 1919 in Finlandia o quella del 1918 in Russia si propugnava la gratuità degli studi fino al termine della formazione. Un pilastro concreto della democrazia è l’istruzione”.

Secondo il docente ed intellettuale la “vicenda epica” della Costituente con tutte le sue violentissime discussioni ebbe compimento nonostante l’esplosione della Guerra Fredda. La cortina di ferro, la crisi di Berlino si producono mentre questi uomini sono intenti a scrivere un testo capitale.

“Il segretario della DC era Guido Gonella, autore sull’Osservatore Romano della rubrica “acta diurna”. I suoi erano testi di opposizione al fascismo, ma dinanzi alla insistente richiesta di applicazione della Costituzione disse: “Ma la Costituzione non è il Corano”. Una incrinatura grave. Si dovette attendere l’elezione di Gronchi, che nel suo messaggio alle Camere mise al centro l’applicazione della Costituzione. Nel concreto condursi delle forze politiche le scelte cambiavano. Lo smottamento verso sinistra era temutissimo, in quel clima il passaggio ad una presidenza come quella di Gronchi era formidabile”, ha illustrato ancora ad un auditorium stracolmo.

Canfora ha anche dedicato un passaggio all’articolo 75, che disciplina la materia referendaria, dalla quale si tolse la materia elettorale. “Il fascismo si rafforzò con la legge Acerbo, che cancella il proporzionale e assegna il premio di maggioranza. Culture politiche diverse possono trovare accordi e possono farlo solo se rappresentano proporzionale la volontà del Paese.

Nella parola voto uguale c’è il concetto di voto proporzionale. Poi si legittimo la differenza tra voto in entrata e voto in uscita, un monstrum giuridico”.  La battaglia dell’articolo 48 non è astratta, ma molto concreta, secondo Canfora. “Se una parte della società non vota più perché non si sente più rappresentato è perché il pilastro dell’articolo non viene rispettato. A furia di cacciare i cespugli, come li chiamava Sartori, più del 30% degli italiani non vota più. Ci si dimentica che il 138 disciplina le modifiche costituzionali con la maggioranza qualificata, ma che maggioranza è quella che nasce da un premio elettorale?  Cambiare una legge elettorale significa cambiare il potere legislativo. Nel 2016 abbiamo respinto una riforma, che snaturava la nostra Repubblica parlamentare”.

All’articolo 67 succede un fenomeno curioso. “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Qual è l’effetto di questo articolo? Canfora non ha dubbi: il trasformismo. “Il vincolo di mandato è un vincolo caratteristico delle Carte rivoluzionarie. Viene considerato punitivo, ma l’esperienza ci ha dimostrato gli effetti negativi sul nostro ordinamento. Il vincolo di mandato rappresentava la garanzia dell’eletto nei confronti dei suoi elettori. Ma nell’Italia unitaria il parlamentare non aveva bisogno di vincolo, perché esprimeva sempre le classi chi lo avevano eletto. L’assenza di mandato è tipica dei sistemi in cui il notabile è anche l’eletto”.



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