Max D’Alema ‘il meridionale’. “Impedirò alleanza tra Berlusconi e il suo clone”

di MOLLY CLAUDS

È un Massimo D’Alema meridionalista quello che ha appena concluso il convegno, organizzato da MDP Art1, dal titolo “La sfida del Sud, Lavoro – Sviluppo – Solidarietà”. Intervistato dal direttore della Gazzetta Giuseppe De Tommaso, il lìder maximo ha avuto parole sferzanti per le politiche renziane e governative degli ultimi anni.

Ad introdurlo il coordinatore del partito di Roberto Speranza, Ciro Mundi e il sindacalista Cgil Pino Gesmundo, il quale ha sottolineato “il solco che divide le due Italie”. “Il Nord è stato premiato da leggi speciali, per il suo apparato industriale. Il referendum lombardo veneto mette in discussione le politiche del Sud. Se uno Stato dovesse togliere le risorse dal territorio, la stessa unità verrebbe messa in discussione. Emiliano non riesce a parlare con Renzi, noi non riusciamo a parlare con Emiliano, voi non vi parlate tra voi: viviamo un problema vero. La questione meridionale è un tema che potrebbe unificare il Paese e che oggi viene derubricato ai fondi comunitari. È una rappresentazione del Sud sbagliata, ma è vero che il Sud ha bisogno di politiche vere. Mentre noi discutiamo, l’attualità sposta l’interesse sulla questione settentrionale. Non bisogna ragionare solo in termini di solidarietà, il tema è di natura economica. Il Paese non si salva se non intero, unito. Nonostante qualche dato economico. C’è un gap tra bisogno di popolo e bisogno delle lobbies. I giovani lavorano per dire che lavorano, per non mortificarsi. C’è un problema di classe dirigente politica, che invece di studiare interpreta la pancia della gente. Con un’impostazione di questo tipo le politiche sono tutte uguali”, ha detto il segretario della Cgil.

D’Alema dal suo canto rigetta il tripolarismo 

“Con un centrodestra che si riorganizza, la prospettiva vera sulla quale si lavora è un’alleanza, una saldatura tra Berlusconi e il suo clone (Renzi, ndr). Noi siamo qui per impedirlo”, ha spiegato tra gli applausi del pubblico eterogeneo che ancora accorre dopo anni, scissioni e ferite ad ascoltarlo.  

“Il Mezzogiorno soffre dell’assenza di politiche pubbliche, paga anche il prezzo della debolezza delle sue classi dirigenti. Oggi non c’è una politica per il Mezzogiorno – ha continuato -. Manca una strategia sulla crescita e questo spiega perché il Nord vuole fare da solo. Siamo bombardati da una campagna pubblicitaria sulla ripresa, ma questa stentata ripresa economica si concentra nel centro nord, in quella parte del Nord che è ormai un’appendice del sistema tedesco. E la ripresa entra soprattutto nel profitto e nella rendita, mentre il valore dei salari è sensibilmente diminuito”. D’Alema fornisce numeri e analisi. Se il reddito dopo la crisi economica è passato da un valore assoluto di 100 a 92, i profitti sono giunti a 106 dal valore iniziale di 100.

“In una situazione di questo tipo una strategia per la crescita dovrebbe puntare ad una distribuzione per far aumentare la domanda interna e poi ad una politica di investimenti in quelle aree più svantaggiate, come il Sud. A fronte di 800mila occupati ci sono meno ore lavorate, la ripresa si basa sui bassi salari”. Strade, infrastrutture, sicurezza, una pubblica amministrazione più efficiente, questo vogliono gli imprenditori non la flessibilità del lavoro, secondo il padre nobile di MDP.

“Non tutti i salvataggi bancari erano strategici, il 90 per cento di tutte queste scelte hanno indebolito il Sud. I meccanismi premiali impoveriscono il Sud”. Servono politiche con un effetto differenziale, perché l’idea che il Mezzogiorno possa fare da sé è errata. “La povertà è arrivata a 4,3 ml di poveri, ha senso il bonus ai 18enni?”, è la sua domanda.

Non sono mancati gli interrogativi politicistici sul futuro di Art1. “Stiamo lavorando ad un movimento più vasto, abbiamo l’ambizione di non riunire gruppi e gruppetti di ceto politico. Stiamo per presentare un manifesto programmatico, si arriverà al simbolo e al nome della lista. In Sicilia stiamo facendo una prima prova. Quelle elezioni sul Pd non avranno effetti. La legge elettorale rilancia il qualunquismo antipolitico dei cinque stelle e le politiche del governo invece hanno rilanciato la destra. Renzi pensava di occupare il centro, invece Berlusconi ha ripreso forza. Il Pd a partire dalla Sicilia si trova in estrema difficoltà. Speranza ha compiuto un passo coraggioso, intelligente, ha fatto richieste semplici, perché il meccanismo del voto unico è ingannevole. No, alla fine, sulla legge elettorale, no ai nominati, un cambio di politiche, per reintrodurre una forma di tutela, per tornare a difendere i lavoratori. Se la sinistra non difende i lavoratori che sinistra è?