In un manoscritto “la bibbia della mafia foggiana”. Le rivelazioni del pentito

Da sinistra, Alfonso Capotosto e Pasquale Moretti. Un tempo Capotosto era braccio destro del boss

Due anni fa chiese di collaborare con la giustizia contro la mafia foggiana ma dopo le prime rivelazioni ritrattò tutto, dicendo di essersi inventato ogni cosa. Ma a seguito del blitz “Reckon” (ottobre 2016), Alfonso Capotosto è tornato a parlare spiegando che nel 2015 ci ripensò a causa di alcune minacce ai suoi parenti. Stavolta, invece, è deciso a collaborare e da gennaio di quest’anno starebbe fornendo elementi utili agli investigatori. A breve difesa e DDA si confronteranno sull’attendibilità del pentito proprio nell’ambito del processo “Reckon”. Alla sbarra ci sono pezzi da novanta del clan Moretti, tutti accusati di traffico e spaccio di droga. In attesa di giudizio il boss Pasquale Moretti, lo stesso Capotosto, Michele Piserchia, Francesco Trisorio e Vittorio Cicinato. Capotosto ha confessato, gli altri si proclamano innocenti. Al vaglio anche la posizione di Cosimo Stramaglia che ha chiesto un patteggiamento a 9 mesi.

Le parole di Capotosto potrebbero avere un peso nella decisione dei giudici. Il 35enne pentito ha detto ai pm della DDA che “a Foggia c’è spaccio libero di droghe leggere mentre sulla cocaina c’è il controllo della Società che si rifornisce di roba a Cerignola”, arrivando a smerciare 10 chili di polvere bianca al mese nel capoluogo.

Capotosto, situato da mesi in una località protetta, ha fornito agli inquirenti anche un manoscritto. Lista di affiliati, somme percepite dai sodali, persone e aziende sotto usura. Una “bibbia” della mafia foggiana con dentro anche i nomi degli acquirenti della droga. 

Un sistema – quello del traffico di coca – che, almeno fino al 2014, vedeva coinvolti sia i Moretti-Pellegrino-Lanza sia i rivali Sinesi-Francavilla, in guerra da circa due anni per la supremazia sul territorio. Ma secondo Capotosto, le due batterie andavano a braccetto nel controllo del traffico di polvere bianca. Solo che ad un certo punto qualcosa si ruppe per contrasti sulla spartizione dei guadagni. Motivo del riacutizzarsi della guerra di mafia? Può darsi.

Di certo la gestione della cocaina era imponente e coi proventi intascati entrambi i clan – sempre stando alle rivelazioni del pentito – davano sostegno economico agli affiliati detenuti. Nel 2014, però, i primi malumori. Qualcuno cominciò a storcere il naso riguardo all’accordo coi Sinesi spingendo per un controllo autonomo degli affari. Infine, la decisione di rompere il “rapporto di lavoro”.





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