Agguato mafioso a Foggia, Sinesi chiuso in casa per evitare vendetta Moretti

In alto da sinistra e in senso orario, Albanese, Villani, Francesco Sinesi, Ragno, Cosimo Damiano Sinesi e Gaetano Piserchia

C’è il ricorso in Cassazione contro la decisione del tribunale della libertà di Bari di rigettare le istanze di scarcerazione, per insufficienza di indizi, di Cosimo Damiano Sinesi, 32 anni e Sergio Ragno, 40 anni. Il primo accusato di concorso in omicidio premeditato e commesso “per abietti motivi di supremazia mafiosa”, il secondo indagato per favoreggiamento aggravato dalla mafiosità. I due sono in carcere dal 19 luglio scorso per l’omicidio di Roberto Tizzano e il ferimento di Roberto Bruno nel bar H24 di via San Severo a Foggia, il 29 ottobre 2016. Un terzo obiettivo, Giuseppe Albanese, rimase illeso

Un agguato brutale per il quale sono in cella – sempre dal luglio scorso, giorno del blitz della polizia – anche Francesco Sinesi (32enne figlio del boss Roberto e cugino di Cosimo Damiano), ritenuto istigatore e organizzatore dell’omicidio e Gaetano Piserchia, 62 anni, accusato di favoreggiamento. In carcere dal 31 dicembre 2016, invece, il sammarchese, Patrizio Villani, accusato di essere esecutore materiale assieme ad altra persona ricercata.

Al centro di tutto c’è la guerra di mafia tra le batterie Sinesi-Francavilla e Moretti-Pellegrino-Lanza. Secondo gli inquirenti, l’agguato al bar fu la risposta al tentato omicidio di Roberto Sinesi, scampato alla morte il 6 settembre 2016

Non è in discussione l’aggravante della mafiosità, “in considerazione della platealità delle modalità dell’omicidio nel bar, riconducibile al fine di affermare il predominio del clan Sinesi-Francavilla sul territorio”. Si trattò, secondo i giudici, di “una risposta all’agguato del 6 settembre subito da Roberto Sinesi e dal nipotino di 4 anni – scrive il tribunale della libertà – e per agevolare le attività della batteria Sinesi-Francavilla”. 

La difesa

I legali di Cosimo Damiano Sinesi puntano a tirar fuori l’indagato da ogni accusa. Come? Secondo l’avvocato non ci sarebbe neanche un testimone né una telecamera che posizioni Sinesi nei pressi del bar luogo del massacro. Il fatto che sia stato filmato con il cugino Francesco in occasione del presunto summit prima dell’agguato, non spiegherebbe nulla dato che i due si frequentavano con assiduità.

Chiuso in casa

Eppure Cosimo Damiano Sinesi ebbe paura per la propria incolumità. È emerso che nei giorni successivi all’omicidio Tizzano, il 32enne si chiuse in casa per evitare la vendetta dei Moretti. Ma per il difensore si trattò di normali cautele per una persona che è nipote di un boss come Roberto Sinesi, vittima tra l’altro di un agguato poche settimane prima.

Ma secondo l’accusa, Sinesi temeva davvero una ritorsione per quanto avvenuto nel bar di via San Severo. Risulterebbe infatti che due esponenti del clan Moretti-Pellegrino-Lanza (uno dei quali parente di Tizzano) si appostarono sotto l’abitazione di Sinesi. Riferimenti, intercettazioni, filmati: un castello di elementi piuttosto ampio e che al momento tengono alla sbarra tutti e 5 gli indagati. “Qualunque lettura alternativa di queste circostanze – scrive il tribunale della libertà – risulterebbe del tutto improponibile”. 



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