Morire per tre meloni, l’orrore nelle campagne. Così è stato ucciso Mamadou Sare

È stata una vera e propria caccia all’uomo, una sequenza horror nelle campagne della Capitanata, a Lucera, quasi una mattanza iniziata dal furto di tre meloni e terminata con l’assassinio di Mamadou Sare, 37 anni, del Burkina Faso, che insieme ai suoi due amici, Adam Kadago e Sambare Soulymane, in un anonimo pomeriggio del 21 settembre 2015 girava a bordo della sua Fiat Uno in cerca “della giornata” lavorativa. Una prassi consolidata, al sud, quando non solo gli immigrati cercano proprietari terrieri che hanno bisogno di personale per la raccolta dell’uva o dei pomodori. È il primo pomeriggio quando Mamadou, Adam e Sambare arrivano nel podere dei Piacente e asportano tre meloni, che caricano a bordo, nei sedili posteriori. Mentre stanno per tornare a casa – se il ghetto di Rignano può essere definito casa – vengono fermati da Raffaele Piacente, 27 anni, che gli chiede chi abbia dato loro il permesso di prendere quei meloni. Ne nasce un diverbio. I tre africani in auto, Raffaele al di fuori. 

Gli avvocati Stefano Campese e Nicola Famiglietti, che nel processo hanno difeso i due immigrati, lo ripetono più volte al giudice: non sapevano di aver commesso un furto, perché all’alt di Piacente non hanno tirato dritto e perché la frutta non è mai stata occultata. Ma è da quel momento, da quando Mamadou consegna il melone a Raffaele, che la storia diventa un vortice di violenza cieca.  

Raffaele Piacente prende in consegna il melone e lo getta a terra. Mamadou, incredulo, non fa in tempo a dire “a questo punto lo mangiavamo noi” che si ritrova con una mano al collo. Mamadou esce dall’abitacolo e ne nasce una colluttazione, reagisce e sferra un pugno a Raffaele Piacente. Adam e Sambare prendono di forza il loro amico, lo caricano in macchina e vanno via per stemprare la tensione. Non vogliono grane, in fondo hanno bisogno solo di un lavoro. Ma in breve si accorgono di essere inseguiti da una Peugeot Ranch. Ne nasce un inseguimento folle per 3.6 km, come accerteranno i RIS, durante il quale Raffaele Piacente, che nel frattempo è stato raggiunto da suo padre Ferdinando, di 67 anni, cerca di speronare la Fiat Uno intimidendo i tre giovani africani con colpi di fucile. 

Ferdinando Piacente imbraccia un fucile calibro 12, marca Breda, modello Altair. Un’arma micidiale, secondo il pm. Esplode diversi colpi. Qualcuno di questi, forse, determina l’uscita fuori strada della Fiat Uno, che si arena nei campi. I tre ragazzi fuggono in diverse direzioni, mentre Ferdinando spara verso Mamadou, colpendolo per una prima volta. Ferito al braccio sinistro, che aveva alzato nel tentativo istintivo di proteggersi, Mamadou Sare inizia a correre, seppur claudicante, nei campi. Il suo aguzzino scende dal ciglio della strada, mette piede nei campi, si porta alla sua altezza, prende la mira e da meno di cento metri preme il grilletto sferrando il colpo mortale. Proprio nel momento in cui Mamadou Sare, in corsa, si gira per guardare dove si trovasse Piacente, viene colpito al petto. Sambare Soulymane guarda la scena, torna indietro. Ma è troppo tardi, il suo amico gli muore tra le braccia. 

A quel punto Raffaele e Ferdinando Piacente salgono a bordo della loro Peugeot Ranch e tornano verso casa. Ma l’incubo non è ancora terminato. Non pago, probabilmente per sincerarsi di ciò che è successo, Ferdinando Piacente torna una seconda volta sul luogo del delitto. Nonostante il primo omicidio, la furia non si è ancora placata. Sulla strada incrocia Adam Kadago, che nel frattempo aveva lasciato la scena del delitto per cercare aiuto. Piacente esce nuovamente dall’auto in compagnia, questa volta, solamente del suo fucile: Adam è braccato, si inginocchia, alza le mani, implora di essere risparmiato. A salvarlo, però, è solo il caso. Piacente è davanti a lui, spara un colpo che giunge dritto al petto di Adam. Lucida incoscienza o terrore; scaltrezza o segno divino, non è dato saperlo, ma Adam Kadago si finge morto. Si accascia e fa finta di essere morto per sopravvivere. Vede il suo aguzzino andare via. A pochi metri da lui, invece, Mamadou Sare è morto davvero. Per tre meloni rubati in un campo nella dimenticata periferia del sud.

A difendere Adam Kadago e Sambare Soulymane, e a difendere la memoria di Mamadou Sare, nel primo grado di giudizio, sono stati gli avvocati di strada Stefano Campese e Nicola Famiglietti: “Siamo soddisfatti dell’esito del primo grado di giudizio, che ha visto sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio e le considerazioni delle parti civili. L’inaudita gravità dei fatti di cui i nostri clienti sono rimasti vittime è sancita da una sentenza di condanna per omicidio volontario e per tentato omicidio, escludendo, dunque, ricostruzioni alternative che miravano a degradare le responsabilità in omicidio preterintenzionale e concorso colposo in reato doloso. Soddisfatti, in particolare, per il mancato riconoscimento dell’attenuante della provocazione: i nostri assistiti non sono dei ladri, né tantomeno dei picchiatori. Restituire loro onore e reputazione, oltreché la invocata giustizia, era uno dei nostri obiettivi”. 

Raffaele Piacente è condannato in primo grado a 10 anni di reclusione, Ferdinando, suo padre, a 14. La salma di Mamadou Sare, il 37enne del Burkina Faso ammazzato brutalmente dopo aver preso 3 meloni, è ritornata a casa. I suoi amici, quelli del Gran Ghetto di Rignano, quelli del luogo dell’orrore, hanno fatto una colletta, autotassandosi, per fare in modo che la famiglia potesse riabbracciare per l’ultima volta il proprio figlio. Mamadou Sare, venuto in Italia per cercare lavoro, ha trovato la morte. 





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