Prodi a Foggia parla d’Europa, ma nel suo libro c’è troppo poco Sud. “A Taranto la politica ha fallito”

Due giorni foggiani per Romano Prodi. Stamattina la fondazione Banca del Monte gli ha conferito il premio Menichella, ieri ha presentato il suo libro a Santa Chiara (‘Missione incompiuta. Intervista su politica e democrazia’ a cura di Marco Damilano (Editori Laterza). L’ex premier, con un pizzico di ironia, ha commentato alcuni momenti della vita politica italiana, anche quella della mancata elezione a presidente della Repubblica, sollecitato dal direttore di Telenorba Vincenzo Magistà: “Sapevo che c’erano pochi voti, me ne aspettavo 40 o 60 contro, ne avuti più del doppio, melius abundare…”. In primo piano l’Ulivo e la sua nascita contestualizzata nel post guerra fredda di cui il paese “diviso tra guelfi e ghibellini aveva bisogno”. L’idea di fare un suo partito successivamente non l’ha sfiorato perché il suo intento era unire, non dividere. E precisa: “Io Berlusconi l’ho sconfitto due volte, 2-0”, altro che fasi alterne.

In viaggio ad Est

Nel dialogo ricorda i suoi viaggi, più che un resoconto di un frammento di storia politica italiana da lui vissuta e guidata, emerge un percorso lungo la via della seta in cui incontra il drago asiatico “entusiasta dell’euro perché in questo modo la loro moneta si poteva affiancare al dollaro: questa è politica!”. Aggiunge aneddoti di Deng Xiaoping che voleva veder giocare Maradona in Cina, avrebbe avuto milioni di spettatori, ma la cifra chiesta per la trasferta era troppo alta.
Parla dei giovani cinesi, della loro ansia di futuro e del fatto che gli chiedessero tante cose sull’Europa. E se un giorno la Cina decidesse che il suo scalo europeo è la Grecia e non l’Italia?”. Insiste Prodi sullo stallo della burocrazia italiana fino al paradosso, fino a ritenere che se chiudessero il Consiglio di Stato dove arrivano i ricorsi sugli appalti, per esempio, lo sviluppo italiano crescerebbe del 3 per cento: “Lo dico perché impariamo ad usare bene gli strumenti democratici”.

Il rione Tamburi a Taranto? “Ha raggiunto lo stabilimento”

Nei giorni caldi dei rinvii a giudizio sull’Ilva, le domande del direttore di Telenorba si spostano sul Sud: “Ce n’è poco nel libro”. Prodi rimane perplesso: “Scusi, ma non è mica il mio testamento questo libro, ne ho parlato in altre sedi, ne ho scritto da altre parti”. Ma intanto la discussione si incentra sull’acciaieria: “E’ uno dei più grandi stabilimenti a ciclo integrale d’Europa ma a causa degli amministratori la situazione è intollerabile”. Su Rione Tamburi la sua interpretazione parte dallo sviluppo urbanistico: “E’ Il rione che ha raggiunto l’Ilva e non il contrario, la prima volta che sono stato a Taranto erano a vari chilometri di distanza”. Ricorda alcuni contatti con un armatore di Taiwan che riguardavano il porto di Taranto, la città in festa per questo possibile accordo e lo scoppio di liti politiche cha hanno fatto saltare tutto. Insiste molto sulla litigiosità che blocca il decollo di alcuni investimenti: “C’è disunione fra regioni e una diffusa rassegnazione, ognuno vede gli orizzonti per conto suo. Avete il romanico e il barocco più bello, bisogna metterlo in rete con strutture coordinate”.

“Ho meno responsabilità e più autorità”

Tanto di ampio raggio il suo racconto sui contatti con il mondo, l’economia, l’industria quanto perentorio il suo “no” a discutere di politica italiana: “Cosa pensa di Renzi?’’ “Sono fuori da ogni responsabilità con più autorità”. Con questo slogan vagamente augusteo, ripetuto più volte, si è tirato fuori da ogni commento, non senza precisare: “Non c’è cosa peggiore che rompere le scatole a chi lavora, uno deve capire che fa un danno al paese se disturba il conducente”.
Molto appassionato il passaggio sulla Libia: “Avrei voluto terminare la mia carriera politica tentando un processo di pace, se ci fosse stata con la Libia l’amicizia che avevo io non ci sarebbe stata la guerra, il problema sono i contenti e la coerenza politica, poi si tratta anche con il diavolo”. Sulle privatizzazioni nessun ripensamento se non alla vastità dell’Iri nei suoi 520mila dipendenti e nei numerosi settori di riferimento: “Le privatizzazioni erano nella storia”.

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