Il più grande ritrovamento di reperti archeologici della storia. Era in Svizzera il tesoro rubato alla provincia di Foggia

I carabinieri del Comando Tutela e Patrimonio Culturale hanno recuperato oltre cinquemila reperti archeologici trafugati da tombaroli e destinati al mercato clandestino internazionale. “Si tratta del ritrovamento più grande di sempre, di un valore compreso tra i 40-50 milioni di euro”. Numerosi dalla nostra provincia.

I carabinieri del Comando Tutela e Patrimonio Culturale hanno recuperato oltre cinquemila reperti archeologici trafugati da tombaroli e destinati al mercato clandestino internazionale. “Si tratta del ritrovamento più grande di sempre, di un valore compreso tra i 40-50 milioni di euro”, ha sottolineato il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, nel corso di una conferenza stampa alle Terme di Diocleziano con i rappresentanti delle istituzioni che hanno partecipato al recupero. I reperti saranno disposti alla terme di Diocleziano ma l’intenzione, ha precisato il ministro “è di riportarle nei loro luoghi di provenienza”. Che, come ha spiegato la sovrintendente ai beni archeologici di Roma, Mariarosaria Barbera, “sono le regioni del centro-sud, ovvero Puglia, Sardegna, Basilicata e Lazio”. L’operazione dei militari, chiamata “Teseo”, è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, più precisamente dal procuratore aggiunto, Giancarlo Capaldo, ed è durata 14 anni. I reperti (5.361 per l’esattezza) sono di epoca compresa tra l’VIII secolo a.C. e il III secolo d.C. e sono stati riportati in Italia dalla Svizzera, dove erano conservati per essere venduti. “È un recupero eccezionale per quantità e qualità – ha sottolineato Barbera – che comprende vari oggetti tra cui anfore, crateri, piccoli bronzi, statue, affreschi di ville vesuviane, corazze in bronzo. Insomma, c’è un po’ di tutto. La netta sensazione è che queste meraviglie siano state depredate in santuari e necropoli. Purtroppo – ha osservato infine la soprintendente – ciò che non possiamo più recuperare è il cosiddetto contesto storico dei reperti”.

RepertiTutto è iniziato con una rogatoria internazionale promossa dalla Procura della Repubblica di Roma all’autorità giudiziaria di Basilea, a margine dell’inchiesta che portò al recupero del famoso vaso di Assteas dal Getty Museum di Malibù. In particolare, i carabinieri evidenziarono la figura di un intermediario, Gianfranco Becchina, il quale aveva curato la vendita del vaso al museo californiano. La sua posizione non passò inosservata agli investigatori, che intensificarono i controlli sul trafficante, partito da facchino d’albergo e diventato titolare di una galleria d’arte in Svizzera con volumi d’affari miliardari. “Becchina era già noto alle forze dell’ordine per il traffico internazionale di beni culturali trafugati in Italia”, ha spiegato il maggiore Antonio Coppola del Comando Tutela Patrimonio Culturale, specificando: “Nel 2001 fu fermato all’aeroporto Linate di Milano, mentre sua moglie fu arrestata dalle autorità elvetiche. Da allora sono stati necessari anni per arrivare alla conclusione della vicenda perché erano coinvolti diversi soggetti nel traffico, tra cui Giacomo Medici. I reperti erano conservati in 5 magazzini a Basilea, riconducibili a Becchina e sua moglie”. Alla base della fiorente attività di Becchina c’è la provincia di Foggia, con le ricchezze archeologiche della Daunia, perché è proprio nel nord della Puglia che ha recuperato la gran parte del materiale rinvenuto nell’operazione di indagine conclusa a Roma. “Degli oltre 5mila reperti – spiega a l’Immediato il professor Giuliano Volpe, ex rettore dell’Università di Foggia e presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici – almeno 4mila provengono dalla Puglia. Di questi, il 70-80% fa riferimento alla provincia di Foggia, dove si riforniva prevalentemente Becchina,  mentre una parte marginale può essere riferibile all’area messapica. Adesso bisognerà analizzare con precisione le opere per darle una collocazione territoriale precisa…”.

La collaborazione con le autorità svizzere è stata fondamentale. “Abbiamo prima proceduto con il sequestro – ha evidenziato Capaldo – poi con la confisca”. I reperti venivano venduti a collezionisti inglesi, tedeschi, statunitensi, giapponesi e australiani, ma anche a grandi musei stranieri, con intermediazioni e triangolazioni effettuate per rendere credibile ed apparentemente legale la compravendita, oppure facendoli confluire in collezioni private costruite per simulare una detenzione regolare. Becchini e i suoi complici non rischiano però di essere condannati per ricettazione in quanto il reato è prescritto.

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