Disperazione e speranza nella “Belleville” di Francesco e Roberto

Cos’è la Belleville? Trovare una definizione non è facile. Non è un documentario, non è un report, non è un corto. È un racconto. Un racconto in video di circa 40 minuti del regista foggiano Roberto Tenace e del giornalista anche lui foggiano Francesco Bellizzi, con la collaborazione di Viviana Tiso alla comunicazione e all’organizzazione, presentato domenica 11 maggio al gremito teatro della Piccola Compagnia Impertinente per la proiezione dell’Anteprima stampa.

Cos’è la Belleville? Trovare una definizione non è facile. Non è un documentario, non è un report, non è un corto. È un racconto. Un racconto in video di circa 40 minuti del regista foggiano Roberto Tenace e del giornalista, anche lui foggiano, Francesco Bellizzi, con la collaborazione di Viviana Tiso alla comunicazione e all’organizzazione, presentato domenica 11 maggio al gremito teatro della Piccola Compagnia Impertinente per la proiezione dell’Anteprima stampa. Nel luglio dell’anno scorso gli autori hanno visitato il Ghetto di Rigano, una bidonville tra Foggia e San Severo, dove vivono circa 300 persone in inverno (in estate si contano fino a 2000 presenze) che sono arruolate e sfruttate nella manodopera agricola locale a bassissimo costo. Vengono da lontano, dall’Africa. Arrivano al Ghetto talvolta senza neanche sapere dell’inferno in cui stanno per precipitare. Non è stata la sola scoperta di questa realtà a determinare i due autori a raccontare. L’esigenza e l’urgenza è sorta dopo. Quando Roberto e Francesco hanno incontrato Mbaye e suo nipote Harvè, due senegalesi che hanno scelto di dire no al Ghetto e che oggi gestiscono una cooperativa “La Senegalese” e un albergo diffuso “Casa Sankara” avuto in gestione dalla Regione Puglia. Thomas Sankara è stato un leader africano che si è battuto per l’emancipazione del suo popolo dall’oppressione del capitalismo e del colonialismo americano ed europeo. Un vero modello per Mbaye e tutti coloro che come e con lui stanno lottando da anni per il riscatto di tutti coloro che ancora sono prigionieri del Ghetto.

La Belleville ha raccontato delle storie senza nomi e cognomi, senza sottotitoli e senza filtri giornalistici. Storie di un’umanità di disperazione e speranza, come quella di un uomo solo, malato ai polmoni che parla con un filo di voce e non sa come curarsi e di una donna, una madre, che si è lasciata alle spalle la schiavitù della prostituzione e dell’alcol, veleno per dimenticare se stessa e i suoi figli. Il tema della scelta, dell’alternatività delle possibilità è centrale. Una centralità che il regista ci rivela a poco a poco nelle immagini, o meglio nel contrasto tra le immagini, attraverso i suoni e i colori delle due diverse realtà. Nel Ghetto colonne di fumo nero che si stagliano nel cielo grigio, un orizzonte piatto e di un giallo bruciato come il grano arso dalla calura dell’estate appena trascorsa, le pale eoliche come lancette di un orologio stanco di segnare un tempo vuoto. E pioggia che picchia sulla lamiera e sulla plastica scandisce il ritmo di una marcia senza meta. E vento che romba, che assorda, che aliena. Immagini e suggestioni nelle quali sembrano irrompere quelle di Casa Sankara, di una dimensione umana familiare che rassicura. Le piccole strutture in muratura si possono definire case. I panni stesi al vento, le risate e i giochi dei bambini. Il fuoco e il ritmo battente del bongo e della terra lontana attorno a cui una comunità si ritrova. Annullarsi, rassegnarsi o coraggiosamente combattere e vivere? Sprofondare nel Ghetto o avere la forza di uscirne?

Nel dibattito che segue la proiezione Mbaye lo dice con grande dignità e chiarezza: gli immigrati, gli stranieri devono poter decidere per se stessi, deve essergli riconosciuto il diritto di essere persone che possono decidere della propria vita e di interlocutori alla pari di una società e di una politica che devono però mettersi in ascolto. Mbaye lotta per l’autosufficienza decisionale e materiale dei suoi fratelli sfruttati e lo fa in modo costruttivo. Nella sua Casa Sankara si imparano le tecniche per l’autocostruzione e per l’autoproduzione agricola. Ed è nella stessa direzione che la Regione Puglia si sta muovendo con Ghetto Out, il programma di smantellamento che partirà dai primi di luglio.

Non è solo il popolo del Ghetto ad avere il diritto ed il dovere ad una scelta. La Belleville e il suoi autori ci invitano a trascendere. A partire dal Ghetto ma a distaccarsene come in un’inquadratura dall’alto che dal particolare via via si estende. E si estende a noi, tutti. Come sottolineato dal regista, non c’è alcun riferimento a ciò che è “tipico” del Ghetto di Rignano, come le baracche adibite a ristorante e bar. Non ci sono informazioni, o punti di riferimento precisi. Il Ghetto da luogo fisico, contestualizzato nello spazio e nel tempo diventa metafisico nelle Belleville. È un luogo esistenziale, astratto. La miseria del Ghetto o della Belleville è ovunque perché è dentro di noi. Quando non decidiamo, quando ci lasciamo andare passivi all’attesa di quello che sarà, quando trasciniamo le nostre esistenze nei dedali del nostro Ghetto interiore. Il racconto della Belleville ci ha detto questo: la vita è nelle vostre mani, ad un certo punto dovete decidere. Dentro al Ghetto o fuori?